A Toronto il palcoscenico di Luminato «Il festival degli artisti e del pubblico»

Il direttore artistico Lorway spiega il cartellone fitto di appuntamenti della manifestazione che inizierà il 5 giugno

Elena Serra

TORONTO – Sta per compiere tre anni, ma appare già un veterano.
È Luminato, il festival dell’arte e creatività di Toronto che a partire dal 5 giugno celebrerà per 10 giorni lo spirito artistico in ogni sua forma. La città si trasformerà in un unico palcoscenico che unirà – sia all’aperto che al chiuso – danza, teatro, letteratura, musica classica e contemporanea, design, arti visive e film. Ma oltre al fitto calendario di eventi, Luminato offre un legame con la città che lo rende speciale e completamente intrinseco al territorio.  Questo fa si che, con solo due edizioni alle spalle, e la terza al via in pochi giorni, l’evento risponda già a pieno alle aspettative e speranze dei suoi creatori, spinti dalla voglia e necessità di condividere arte e bellezza, riportare ottimismo, illuminare le menti ed ispirare il mondo.
Questa è l’affascinante storia che ci ha raccontato Chris Lorway, direttore artistico di Luminato sin dalla prima edizione, il quale ha lavorato nell’ambiente artistico internazionale per ben 12 anni, realizzando progetti come il Lincoln Centre Festival e il New Yorker Festival. Il suo racconto ci guida alla scoperta dello sviluppo del festival, e fornisce interessanti riflessioni su Toronto, le sue comunità e su quanto e perché questa sia la città perfetta per ospitare l’evento.

Luminato comprende diversi linguaggi artistici ed unisce artisti molto diversi tra loro. Com’è nata questa idea?
«Ci sono stati due eventi importanti che hanno profondamente danneggiato il turismo nella città di Toronto. Il primo è stato l’11 settembre, che ha avuto effetti sul turismo in tutto il mondo, e il secondo è stato l’inserimento di Toronto nella lista delle città fortemente a rischio SARS nel 2003. Tutto ciò ha fatto si che la città fosse vista sotto una cattiva luce. Due signori, Tony Gagliano e David Pecaut, si sono allora domandati cosa poteva essere fatto per mostrare al mondo quanto entusiasmante sia Toronto, riconosciuta tra l’altro dall’Unesco come la città più multiculturale del mondo. La si voleva far tornare ad alti livelli utilizzando tutte le sue potenzialità ed esaltandone le caratteristiche. E proprio per celebrare al meglio la ricchezza di diversità presente a Toronto, si sono rivolti ad organizzazioni come il Rom, l’Opera, il Ballet, e tante altre, presentando l’idea che avevano creato e chiedendo loro quale contributo erano disposti ad offrire».

Rivolgersi a queste organizzazioni rappresenta quindi il primo passo del lungo percorso che permette lo sviluppo del Luminato Festival?
«Sì, a quel punto si contattano le infrastrutture cittadine, si cerca di mettere in risalto la città e le sue strutture, come ad esempio il Royal Conservatory of Music che aprirà a breve. Io ho iniziato a lavorare a Luminato 3 anni fa, quando la prima edizione era già quasi completamete organizzata. Quello che ho cercato di fare dall’edizione successiva è stata la ricerca di una connessione tra le varie performance e linguaggi artistici per creare una sorta di continuità, e penso che con l’edizione di quest’anno siamo riusciti a dare un’identità completa al festival».
Qual è la cosa più difficile nell’organizzazione di un festival con queste caratteristiche? «Bisogna avere una macro-visione della situazione. Io trascorro gran parte del mio tempo in giro per il mondo a parlare con artisti ed a capire cosa può interessare il pubblico ed in che direzione si dirige l’arte. Ma la cosa più importante è riuscire ad unire il tutto costruendo una storia che verrà poi sviluppata nella creazione del festival».

Qual è l’obiettivo principale del Luminato Festival?

«Penso che si basi tutto sulla costruzione della fiducia di Toronto e per Toronto. Inoltre l’interesse del pubblico è molto importante, bisogna rispondere alle loro aspettative, ma a volte per cercare di accontentare tutti non si raggiunge un risultato soddisfacente. Non si possono concentrare troppe cose nei 10 giorni del festival. Per questo motivo noi ci poniamo sempre dei chiari obiettivi ed esploriamo ogni anno nuove aree. Il questo modo da qui a 10 anni potremo guardarci indietro e gioire per aver accontentato le diverse preferenze e comunità di Toronto, e di averlo fatto nel modo giusto».

Cosa fa si che Toronto sia la città perfetta per questo evento?
«Ho vissuto a New York per molto tempo e ho capito che, se ad esempio c’è un concerto di una band straniera, la gente va a vederla perché è un qualcosa di diverso e suscita curiosità. Ma ciò che rende Toronto così speciale è il fatto che vi sono presenti così tante diverse comunità che, non importa da quale Paese questa band provenga, al concerto ci sarà sempre un 50% del publico che vi assiste per curiosità e l’altro 50% che è costituito da fan, da gente che conosce quella band e che si sente come a casa. In questo modo si ha sempre un sottilissimo limite, e talvolta una vera e propria fusione di ciò che è locale e ciò che è turistico, e da questi nasce un mix molto interessante».

Significa che Luminato starà a Toronto, o c’è in programma uno spostamento o un’estensione del festival?
«Noi non andiamo da nessuna parte. Questo è il festival della città di Toronto».

Qual è la principale novità del festival di quest’anno?
«L’idea resta sempre la stessa, ma il modello si può plasmare con forme diverse. Il tutto dipende dal budget che si ha a disposizione e dai luoghi nei quali le esibizioni si svolgeranno. Ci sono appuntamenti che restano sempre gli stessi, come quello a Dundas Square che per le sue caratteristiche è perfetto per accogliere tanti visitatori, ma ogni anno cerchiamo di introdurre nuove aree della città, sia all’aperto che al chiuso. Nuovi terreni d’esplorazione di quest’anno sono la celebrazione della chitarra, strumento eclettico e diffusore di cultura, e la comunicazione contemporanea e i suoi effetti sulle relazioni umane».


Artisti, pubblico, città, organizzazione, volontari: quale elemento fa la differenza nel Luminato Festival?

«Sono tutti ingranaggi della stessa macchina, e tutti devono sostenersi e funzionare insieme. Quello che abbiamo fatto quest’anno è cercare di riunire tutti questi elementi, e questo avverrà tutti i giorni durante il festival, alle 10 di sera, sopra l’Hard Rock Cafe, con eventi che favoriranno l’incontro tra artisti, volontari, pubblico e lo stesso staff di Luminato. Inoltre gli artisti che partecipano a Luminato sono sempre incoraggiati alla partecipazione di eventi di altri artisti, per conoscere e condividere diverse visioni artistiche. Gli artisti si ispirano a vicenda, e da questi incontri nascono spesso collaborazioni».

Quale condizione deve realizzarsi per poterle far dire, a festival concluso, che è stato un successo?
«Ci sono molti metri di giudizio, primo fra tutti, ovviamente, il numero di biglietti venduti, ed il numero di presenze agli eventi gratuiti. Inoltre quest’anno sarà possibile per il pubblico inserire on line commenti sugli spettacoli, il che ci permetterà di vedere e monitorare le loro reazioni. Tutto questo perché, al di là di tutto, ciò che mi sta a cuore è la qualità delle performances, la felicità del pubblico, e che il tutto avvenga in modo sereno».

Quali sono le performance che non dobbiamo farci sfuggire quest’anno?
«Sono tante. Ad esempio c’è un film che si chiama Tales of the Uncanny di Richard Oswald, pellicola muta del 1919, che verrà proiettato a Dundas Square con la colonna sonora live di Robert Lippok, artista di Berlino, e due bands indipendenti canadesi. E da non dimenticare la presenza del Cirque du Soleil durante il fine settimana di chiusura del festival, tra Harbourfront Centre e il Toronto’s Music Garden».


Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=87815

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