L’allarme di Rsf: 174 giornalisti in prigione nel 2009

Secondo Cpj dal 1992 al luglio di quest’anno sono stati uccisi circa 750 reporter in venti Paesi

Di Elena Serra
TORONTO – Un elenco interminabile di nomi che nessuno conosce, una lista di date che segnano l’ultimo istante di vita, assassini spietati, conosciuti e impuniti, moventi chiari e assurdi. È questa l’allarmante situazione che ci si trova davanti analizzando i resoconti sulla libertà di stampa mondiale, in questo ventunesimo secolo di armi nucleari e terrorismo, nel quale lettere d’inchiostro pressate sulla carta fanno ancora tremare governi corrotti e organizzazioni segrete. Perché non importa di che natura sia il conflitto, di quale reato si sia coperto il politico di turno, o cosa veramente ci sia dietro un qualunque avvenimento: il compito del giornalista è sempre stato quello di fare domande, andare a fondo e scoprire la verità per poter fornire un’informazione veritiera e completa.
In scenari dove la rivelazione e la diffusione di informazioni non gradite possono essere vitali – guerre, elezioni, spionaggio, solo per citarne alcune – i giornalisti rappresentano, quindi, una categoria scomoda, spesso da eliminare, e per questo a forte rischio.
Il Committee to Protect Journalists (Cpj) e Reporter senza frontiere (Rsf) si occupano della protezione di giornalisti in zone reputate a rischio, e lanciano l’allarme per una situazione che spesso appare fuori controllo, e della quale non si parla abbastanza.
Il Cpj, infatti, calcola che dal 1992 al luglio 2009 sono stati uccisi circa 750 giornalisti in venti Paesi diversi, la maggior parte dei quali lavorava per la carta stampata – giornali di medie dimensioni – e il 72 per cento di loro sono stati vittima di omicidio. Le circostanze più comuni intorno a queste morti “sospette” sono nell’ordine: guerra, inabilità politica, corruzione, crimini e violazione dei diritti umani. Apparentemente niente fuori dall’ordinario. Ma la lista dei Paesi con maggiori vittime, guidata dall’Iraq con ben 139 giornalisti uccisi, segue con l’Algeria, la Russia, la Colombia, le Filippine e la Somalia – rispettivamente con 60, 50, 41, 35 e 29 vittime – tutti Paesi con gravi problematiche spesso sconosciute all’opinione pubblica. Questo rappresenta il motivo per il quale i giornalisti vengono uccisi, perché nessuno deve sapere.
Se si passa ad analizzare i colpevoli dei delitti, si comincia a delineare un quadro davvero preoccupante. Per capire quanto sia seria la situazione, basti considerare che quel già citato 72 per cento che indica i casi di omicidio, pesa ancora di più sapendo che il 32 per cento di essi sono compiuti da gruppi politici, il 18 per cento da governi ufficiali, e solo l’11 per cento da gruppi criminali. Come a dire che chiunque sia al potere fa di tutto per evitare la diffusione di informazioni scomode, anche a costo di sporcarsi le mani con l’omicidio di giornalisti, che non rappresentano niente più che nemici o civili che si spengono a centinaia come fiammiferi, senza smuovere le coscienze.
Smentito, quindi, il luogo comune che i giornalisti muoiano in combattimenti, o a causa di fuochi incrociati – causa di morte solo nel 18 per cento dei casi – o nel compimento di compiti pericolosi, il 10 per cento. Questi paladini del giornalismo watchdog vengono semplicemente uccisi, vittime di omicidi premeditati e pianificati nei minimi particolari. Vengono strappati alla vita da piccole armi da fuoco, pistole nella maggior parte dei casi – armi pesanti ed esplosivi rappresentano solo il 14 e il 10 per cento del totale degli omicidi – maneggiate da mani esperte, che non hanno paura, perché sanno che nel 90 per cento dei casi non verranno puniti dalla giustizia. Uccisi due volte, quindi, da coloro che vogliono distruggerli e dall’immunità dei propri assassini.
Questa è solo una piccola parte del problema.
Vi è poi l’agonia di coloro che vengono arrestati, tenuti in cella per mesi, a volte anni, per evitare che raccontino cosa hanno visto, cosa sta succedendo. Diventano prigionieri politici, e non è detto che riusciranno a riconquistare la libertà.
Secondo Reporter senza frontiere sono 174 i giornalisti attualmente sparsi nelle carceri di tutto il mondo, e la cifra cresce di giorno in giorno. A guidare la triste classifica della censura mediatica vi è, senza sorprese, la Cina, che ha conservato questo primato per 10 anni consecutivi, e che oggi “ospita” nelle proprie carceri più di 30 giornalisti, seguita dall’Iran, Cuba, Eritrea e Birmania – con 27, 25, 17 e 15 prigionieri. Ma ancora una volta è l’analisi dei dati che peggiora l’intero scenario.
Secondo Cpj, riflettendo l’incremento dei reporter on-line e dei blog giornalistici, vi è stata negli ultimi anni una crescita vertiginosa degli arresti a giornalisti “del web”, in proporzione a quelli di qualsiasi altro mezzo di comunicazione. Riconosciuto oggi come il mezzo più veloce ed efficace per la diffusione di informazioni, e di conseguenza il più pericoloso, la rete Internet conduce giornalisti all’arresto con molta facilità, e li pone sul gradino più alto del podio – coprendo il 45 per cento dei casi – superando i colleghi della carta stampata, che li seguono a tre punti di distanza.
In alcuni casi questi detenuti vengono arrestati e tenuti in carcere senza neanche poter rispondere a capi d’imputazione precisi – come ad esempio alcuni giornalisti prigionieri degli Stati Uniti in Iraq – o vi sono situazioni estreme, come casi in Eritrea, per i quali il governo si rifiuta persino di comunicare se queste persone siano o meno ancora vive.
Se si considera l’ultimo decennio, dopo la fine della guerra nell’ex Jugoslavia, l’arresto di giornalisti ha subito una veloce escalation dopo l’11 settembre 2001, la corsa alla lotta al terrorismo internazionale, e l’affannata ricerca di informazioni che potessero fornire un quadro più completo delle versioni ufficiali, si sono affiancate a note situazioni di chiusura e censura politica come quelle della Cina e di Cuba.
Al contrario, gli omicidi dei giornalisti, che hanno toccato nel 2002 la cifra più bassa dal 1992 – 21 vittime – e nel 2007 la punta massima con 66 deceduti, non hanno subito l’influenza dei grandi avvenimenti internazionali, in quanto le situazioni più catastrofiche sono tra quelle poco conosciute, o forse semplicemente sottovalutate, di Paesi come l’Algeria, l’India, la Turchia, lo Sri Lanka, il Messico, il Ruanda, la Sierra Leone ed il Brasile.
Per finire, vi sono i casi dei così detti “missing” – i dispersi – sui quali è ancor più difficile raccogliere informazioni, in quanto spesso sono volutamente cancellate per tenere segreti i luoghi di detenzione, o coprire reati più gravi come la tortura e l’omicidio.
La colpa di questi giornalisti è stata quella di essere stati pronti a raccontare, rischiando, talvolta accennando, rovistando in posti sbagliati – o meglio giusti. La colpa del mondo è quella di tacere, non voler raccontare, di voler disonorare il loro coraggio e sacrificio fatto per noi altri, per farci sapere. Questa campana di silenzio assordante che intrappola centinaia di anime in pena.
E così, pur essendo pubblicati e quindi visibili a tutti, quell’elenco interminabile di nomi che nessuno conosce, e quella lista di date che segnano l’ultimo istante di vita, rimangono in pagine di siti Internet che pochi conoscono, cercando di creare un eco per tutti coloro che, gridando, hanno perso la voce, per sempre.


Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=92754

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