Archive | November 2009

«Risarcimenti per le vittime del Poligono? È tutta una truffa»

Mariella Cao, del Comitato sardo Gettiamo le Basi, denuncia ad alta voce tutti i retroscena del dramma del P.I.S.Q.

Di Elena Serra

TORONTO – Il Poligono Sperimentale e di Addestramento Interforze del Salto di Quirra (P.I.S.Q.), nella Sardegna centro-meridionale, è solo una, anche se la principale, area militarizzata del territorio sardo, nonché il Poligono sperimentale più grande d’Europa. Vi è anche il Poligono di Capo Teulada, meno conosciuto ma con una storia simile. Le numerose attività belliche che si svolgono al P.I.S.Q., sono sotto accusa per allarmanti situazioni sanitarie che si verificano nella zona: malformazioni fetali ed animali, e casi di leucenia e tumori – nel solo paesino di Quirra, 150 anime, ci sono stati 32 casi accertati di tumore. Benché ricerche scientifiche abbiano trovato metalli pesanti nell’erba e nanoparticelle che causano tumori e leucemie – così come ha confermato al Corriere Canadese la dottoressa Antonietta Gatti – non è mai stata ammessa ufficialmente la correlazione causa effetto tra il Poligono e le malattie, e le attività del Poligono non sono mai state fermate.
Per capire meglio la situazione, il Corriere Canadese ha intervistato Mariella Cao, del Comitato sardo Gettiamo le Basi, da sempre in prima linea al fianco dei malati e delle famiglie delle vittime.

Può raccontarci come è iniziato il tutto?
«La prima denuncia sui tumori e le leucemie è datata 2001, ed è partita da uno dei 3 medici di base di Quirra, frazione di Villaputzu, che ha riconosciuto che non fosse normale avere 8 casi di leucemia su 150 abitanti. Per questo motivo il sindaco, per giunta del centro-destra, fratello del medico ed oncologo, ha chiesto accertamenti, ed è stato successivamente messo a tacere da entrambe le forze politiche. A quel punto si è scatenata l’Asl con la teoria che la causa delle malattie fosse la vecchia miniera d’arsenico, ma tutti sanno che l’arsenico non causa questo tipo di patologie, e comunque le ricerche non hanno mai rivelato alcuna traccia di contaminazione d’arsenico. Nel frattempo comincia la pressione per ottenere una Commissione d’inchiesta parlamentare sui poligoni militari, che arriva col primo governo Berlusconi, alla quale partecipa anche la dottoressa Gatti, ma il mandato riguarda solo i militari. Il 14 febbraio 2008, prima che cadesse il governo e i lavori fossero interrotti, c’è stato la relazione della seconda Commissione d’inchiesta sull’uranio, mandato che questa volta comprende anche i civili, e che si è concentrata soprattutto sui poligono sardi».

Qual è stato il verdetto?
«Questa seconda inchiesta ha stabilito che attualmente non è dimostrabile il legame tra l’inquinamento bellico e le malattie riscontrate ma, siccome non è dimostrabile neanche il contrario, si prende atto dei morti e dei malati, non solo nei teatri di guerra ma nei poligoni e tra i civili. Pertanto si riconosceva l’obbligo del ministero della Difesa di risarcire le vittime e le loro famiglie».

Cos’è successo da allora?
«L’obbligo del risarcimento è stato recepito dalla Difesa con molta calma nel marzo 2009, con quello che noi definiamo un decreto-truffa, in quanto è stata posta la clausola che dice che hanno diritto al risarcimento solo i civili che abitano ad 1,5 km di distanza, per cui tutto il paese di Teulada – vicino al Poligono di Capo Teulada, ndr – non rientra nella copertura. È come se potessero stabilire i limiti all’andirivieni delle nanoparticelle e delle polveri di guerra. In più bisogna compilare un modulo che non si trova da nessuna parte, che solo la CGL è riuscita ora ad ottenere».

Mi conferma che ci sono ancora delle ricerche in corso?
«Si. Appena sono state rese note le conclusioni dell’inchiesta del Senato, la Difesa è partita con il piano di monitoraggio voluto per la presenza della clausola che dice che è fatto obbligo alla Difesa di risarcire le vittime a meno che possa provare la sua estraneità. Hanno costituito, per fingere la democrazia, il Comitato Politico Territoriale formato da alcuni sindaci locali, dei quali non sono chiari i criteri di scelta in quanto molti sindaci di comuni toccati dal Poligono non sono presenti, mentre ce ne sono altri che non hanno alcuna attinenza con poligono, più le province di Cagliari e dell’Ogliastra. Ma è stato presentato un monitoraggi già pronto, fatto dall’Aeronautica che per l’occasione si è autonominata Ente Scientifico di Eccellenza, cioè l’organo che decide come cosa e dove si deve controllare. D’altronde lo scopo del monitoraggio è descritto da loro con un’onestà estrema: ottenere il certificato di qualità ambientale, cioè dimostrare che il poligono è un gioiellino ecologico. E quindi non pagare coloro che dovrebbero ricevere il risarcimento».

Si parla molto di uranio impoverito, ma non è mai stata trovata una prova scientifica alla presenza dell’uranio sul territorio sardo.

«Questo è il motivo per il quale ho utilizzato il termine generico “inquinamento bellico”. Nell’ignoranza che tutti abbiamo riguardo alle schifezze belliche che vengono utilizzate, l’uranio è stata la prima cosa alla quale si è pensato quando si è detto che causava tumori, leucemie ed alterazioni genetiche. Ora, come cittadina, che sia uranio, plutonio o quant’altro non mi interessa, purché si riconosca che sta uccidendo le persone. In questi casi dovrebbe essere messa in atto la normativa recepita dall’Italia e dall’Europa, che è quella del comune buon senso, e dice che alla presenza di sospetti si devono interrompere tutte le attività. Quello che chiediamo è la sospensione immediata per poter verificare la situazione, naturalmente in modo serio e non come è stato fatto fin ora».

Non ha quindi molta fiducia nelle indagini in corso?

«La verità è che in quest’indagine-truffa hanno investito 2,5 milioni di denaro pubblico. La prova della truffa si ha quando si pensa che in un’area di Porto Torres, zona industriale sarda di 1.100 ettari, sono stati fatti 1.500 campionamenti per ricerche sull’inquinamento, mentre nel Poligono di Quirra, grande 12 volte in più, sono stati fatti 200 campionamenti dentro il Poligono e 500 fuori. Questo conferma il loro scopo».

È vero che lei parla anche di possibili esperimenti mirati sulla popolazione?

«È uno dei sospetti che abbiamo. Episodi di esperimenti sulla popolazione sono stati fatti in lungo ed il largo, dagli Stati Uniti, dalla Francia, dall’Inghilterra, e anche dalla pacifica Svezia. Sono stati ammessi agli atti del Congresso, e l’unico Paese che non li ha mai ammessi è stato l’Italia. L’altro sospetto grosso che abbiamo è relativo allo smaltimento delle armi chimico-biologiche perché, ammesso che l’Italia le abbia smaltite, gli unici poligoni dove poterlo fare sono quelli della Sardegna perché sono i più grandi d’Europa. Altro punto sotto processo sono i sistemi radar con forti onde che incombono su Quirra e che provocano un forte inquinamento elettromagnetico. Su questa ipotesi troviamo conferma dalla Germania dove 1500 militari hanno messo sotto accusa il loro sistema antimissile, lo stesso usato a Quirra. Non è mai stato fatto nessun controllo al riguardo».

Com’è possibile che ancora oggi il Poligono non sia recintato e venga permesso l’accesso ai pastori?

«La recinzione è più o meno fasulla. A Teulada hanno stipulato contratti con i pastori che prima pascolavano gratis ed ora pagano l’affitto, che costa più di quello che si paga per i privati, e condizioni terribili perché se dovesse succedere qualcosa la colpa ricade sui pastori. Contratti “d’oro” per la Difesa che vorrebbe adottarli anche a Quirra. Tra l’altro i pastori sono i primi a dire che la zona non è inquinata perché nessuno comprerebbe più i loro prodotti. Loro stanno lì perché non hanno alternativa».

Cosa mi sa dire della privatizzazione del Poligono?
«Manovra eccezionale che sta andando avanti. Con la privatizzazione del Poligono l’Italia riuscirebbe a mettersi in regola con la legge cioè, il ministero della Difesa non sarebbe fuori legge in maniera spudorata come lo è oggi. La legge italiana dice infatti che i demani militari che creano un danno economico e sociale (quando è stata fatta le legge nel ’76 ancora non si sapeva del danno sanitario ed ecologico, ndr) vanno equamente ripartiti in tutto il territorio nazionale. Questo sistema fa carico al ministero della Difesa di provvedere all’equa ripartizione. In cifre il demanio militare sparso in tutta la penisola italiana ammonta a 40.000 ettari, dei quali 24.000 sono in Sardegna. Considerando che ce ne spetterebbero 2.000 o massimo 3.000, significa che vanno chiusi i 13.000 di Quirra e i 7.000 di Teulada. Ma la privatizzazione del Poligono permette loro di dire che quella non è più demanio militare ma una struttura civile. L’altro grosso vantaggio è che oggi c’è l’obbligo di presentare la programmazione semestrale delle attività, ma con la privatizzazione quelle informazioni resteranno segrete. E anche livello di cassa pubbliche penso che il tutto sia un affare».

Considerando i tempi – circa 15-20 anni – ed i costi necessari per la bonifica, calcolati dal momento della fine delle attività, pensa che la chiusura del Poligono sia la soluzione più giusta?
«La bonifica a Poligono inattivo è fondamentale. È fondamentale porre fine alla strage. Lo smantellamento si pone tra minimo 20 anni, e questa è una decisione che spetta alle generazioni future. Noi non vogliamo il primato dei posti dove si collaudano i droni assassini che stanno sterminando gli iracheni e gli afghani».

Cosa si può fare più di quello che avete fatto voi per anni?
«Diffondere l’informazione è la cosa che gli sconvolge di più. Ad esempio il libro di Carlotto, Perdas de Fogu, li ha mandati in bestia. L’Italia non ha saputo della sindrome di Quirra perché i media sono stati in silenzio fino al 2004, con le poche eccezioni di Liberazione e Metro. Il problema Quirra è stato sollevato anche da Óscar Arias Sánchez, premio Nobel per la pace, alla conferenza internazionale di Durban. Ovviamente l’intenzione dell’Italia è quella di tenere tutto a tacere».


Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=94357

Add to FacebookAdd to DiggAdd to Del.icio.usAdd to StumbleuponAdd to RedditAdd to BlinklistAdd to TwitterAdd to TechnoratiAdd to Yahoo BuzzAdd to Newsvine

«Nel poligono qualcosa che fa paura»

L’esperta Antonietta Gatti parla della situazione a Salto di Quirra

Di Elena Serra

La dottoressa Antonietta Gatti, dell’Università di Modena e Reggio Emilia, è probabilmente la voce scientifica più autorevole che possa spiegarci in quale situazione ambientale vivono i militari del Poligono Sperimentale e di Addestramento Interforze del Salto di Quirra (P.I.S.Q.) in Sardegna, e i residenti del posto. La dottoressa Gatti ha svolto ricerche direttamente sui tessuti di alcuni pazienti per conto dell’Asl di Cagliari.
Successivamente, ha lavorato come consulente della Commissione Uranio Impoverito del Governo – XIV legislatura. È stata nel Poligono e ha svolto analisi. È stata a capo di una task force per il Poligono di Salto di Quirra – altro nome che indica l’ampia zona del Poligono – durante l’inchiesta della seconda Commissione – XV legislatura – e afferma che vi è una correlazione fra le attività militari e le patologie della popolazione, comprese le malformazioni dei bimbi di Escalaplano degli anni ’80.

Dottoressa, 32 casi di tumori e leucemie su 150 abitanti. Sono davvero percentuali nella norma?
«I medici non sono scienziati, usano metodi di calcolo statistici e non trattano i casi singoli. Loro calcolano tutti gli ammalati della Sardegna, compresi quelli delle zone fortemente industrializzate dove i morti sono anche di più di quelli della zona di Quirra, e in questo modo questi dati appaiono nella media. Io parto da un altro presupposto. Qui ci sono polveri di un certo tipo. Quando c’è un’esplosione il fumo rimane sul luogo, le polveri non vanno via ma si depositano. Io ho analizzato l’erba e vi ho trovato metalli pesanti, tanto che non mangerei mai il formaggio fatto col latte di quelle mucche, e è per questo che ho chiesto che venissero condotti controlli al riguardo».

Ha mai trovato tracce di uranio impoverito?
«Ho condotto studi al riguardo, ma non ho mai trovato tracce di armi all’uranio impoverito. Ma nel Poligono di Quirra c’è dell’altro e spaventa».

Di cosa si tratta?
«Con una nuova tecnica possiamo vedere questo inquinamento bellico all’interno dei tessuti patologici. La differenza è che queste polveri sono talmente sottili che, quando respiriamo o mangiamo, le nanoparticelle non rimangono nei polmoni o nell’apparato digerente, ma attraverso il sangue possono raggiungere gli organi interni. In una ricerca dell’Università di Modena e Reggio Emilia si è visto che queste nanoparticelle, molto più piccole di un globulo rosso, raggiungono la circolazione sanguigna in 60 secondi e il fegato in un ora. Io ho trovato queste particelle nelle gonadi, nei testicoli, nel cervello, nella tiroide, dappertutto. È chiaro che se sono nel sangue causano la leucemia, se sono nei linfonodi causano il linfoma. Di solito queste nanoparticelle vengono da temperature molto elevate ed è questa una delle ragioni per cui lavoro con i soldati».


Sono polveri che non si trovano in altre zone, ad esempio nelle zone industriali?

«Non si trovano nell’inquinamento urbano. Nelle zone industrializzate io trovo un tipo di caratteristica di polvere che ha una certa chimica. Ma l’antimonio cobalto non si trova, può star tranquilla».


Quindi vi sono sostanze che sono state trovate solo nella zona del Poligono?
«Sono talmente strane che ancora adesso non riesco a capire il perché di questo antimonio cobalto. Può essere dentro qualche bomba, non lo so. Anche perché quando c’è un’esplosione le sostanze si ricombinano tra di loro, e questo è tipico di quell’ambiente (militare ndr), non si trova dapperttutto».

Ritiene che queste sostanze siano collegate ai casi di tumore, malformazioni e leucemie?
«In questo momento sto finendo un progetto europeo da 3 milioni di euro di nanotossicologia, che si chiama Dipna, con il quale studiamo l’impatto della nanoparticella sulla cellula, e sto vedendo reazioni che si verificano nei tumori. Usando nanoparticelle nei topi, ho già indotto un tumore molto raro. Quindi, a mio avviso, c’è un percorso logico. Queste nanoparticelle non solo vanno dentro la cellula, ma vanno dentro il nucleo e le ho già fotografate a contatto con Dna, quindi c’è la possibilità che inducano un danno genetico e possono causare il cancro».

Lei esclude il fatto che questi casi di tumori e leucemie siano causati da un problema di consanguineità che esisterebbe in Sardegna?

«Chi dice questo non sa di cosa sta parlando. Le malattie genetiche da consanguineità sono altre, non sono i tumori. Non si può dare questa colpa ai sardi. Un recente articolo scientifico diceva che “il soldato si porta la guerra a casa” perché lui è contaminato, è contaminato anche il suo sperma, e lo cede alla partner insieme alla contaminazione. Le sto dicendo tutte cose che possono essere dimostrate, non sono ipotesi. Quindi chi parla della consanguineità deve dimostrare quello che dice. Inoltre non mi risulta che qualcuno sia andato a controllare se ci fossero matrimoni incrociati tra le 32 vittime di Quirra».

Cosa può dirmi dei casi di malformazione? Esclude anche lì la consanguineità?

«I casi di malformazione sono diversi, sono solo ad Escalaplano, e tra l’altro in un arco di tempo limitato. Allora se si ha la consanguineità si ha sempre, non solo in quei 3 anni. Io attribuisco quelle malformazioni ad un’attività particolare del Poligono, che ha avuto luogo in quel periodo, ma di questo purtroppo non ho nessuna dimostrazione perché non ho studiato i feti malformati di quei bambini. Quello che posso dire è che quelle malformazioni sono dovute ad un’attività specifica e limitata nel tempo. C’è stato un inquinamento particolare, me lo hanno raccontato loro, se lo ricordano ancora. Se una madre in attesa, soprattutto nei primi mesi, respira le polveri, queste colpiscono il feto attraverso il sangue. Io ho studiato diversi casi e diversi feti, quindi l’ipotesi Escalaplano tiene, anche se non ne ho la dimostrazione scientifica».

Ritiene che questi metalli pesanti possano essere trovati in qualsiasi poligono, in quanto fanno parte di una normale attività militare, o qui c’è una qualcosa in più?

«Da ciò che ho visto io è abbastanza normale, ma io ci sono stata d’estate quando non c’era attività e dopo che c’erano state le piogge. Quindi può darsi che mi sia persa qualcosa».

Noi abbiamo parlato con un militare che opera da 25 anni e ci ha detto che non vi è nulla di pericoloso e che è contento di vivere lì con la famiglia, così come tanti suoi colleghi. Cosa può rispondere?
«È possibile che queste persone non abbiano svolto le attività più sporche. Come fanno a sapere cosa c’è in una bomba che esplode? Vedono solo il fumo da lontano».

Lui ci ha detto che si occupa di tutela dell’ambiente.
«Loro non hanno neanche un laboratorio, cosa controllano? I militari hanno un vasto territorio e vi sono zone che sono “sporche”. Le loro attività emettono polveri che viaggiano anche nell’entroterra. Non c’è traffico, non ci sono industrie, quindi, da un certo punto di vista l’ambiente in alcune aree è veramente bello e sano. Però, sulle attività che vengono svolte e sull’inquinamento che viene prodotto, non si discute».

Questo inquinamento favorisce il sorgere di tumori?
«Io ci vedo una correlazione. Tra l’alto le vittime di Salto di Quirra lavoravano dentro il Poligono, così come i pastori. Se si mangia il formaggio delle pecore che hanno pascolato lì si ha la possibilità di ingerire le particelle, in quanto abbiamo visto che viaggiano anche nel latte».

Il militare da noi intervistato ha anche detto: «Se ci fosse qualcosa di dannoso saremmo tutti malati».
«Non è così, sia per le difese immunitarie, e soprattutto perché bisogna entrare in contatto con queste nanoparticelle. È così per tutte le malattie. Loro sono sani perché non fanno determinate attività. Se non hanno la possibilità di essere contaminati non possono ammalarsi. Su questo non si discute».

Le ho chiesto prima se i risultati delle ricerche hanno evidenziato una normale attività militare, e lei mi ha detto di sì…

«Più o meno sì, tranne quel feto che aveva dell’antimonio cobalto. Quella stessa sostanza l’ho ritrovata nello sperma di un soldato che è stato a Quirra ed è morto, e anche in un caso di un militare canadese che era stato nella prima Guerra del Golfo, anche lui deceduto. Allora l’antimonio cobalto deve far parte di qualche armamento, che non so se sia normale o meno. L’anno scorso il ministro della Sanità La Russa ha stanziato 30 milioni di euro per compensare le famiglie dei soldati che si sono ammalati e che sono morti per probabili esposizioni all’uranio impoverito e nanoparticelle. Io sono riuscita a fa passare questo concetto. In questo momento alcune persone hanno la pensione perché hanno dimostrato di avere delle nanoparticelle dentro il proprio corpo».

A questo punto, visto che queste nanoparticelle non sono legate all’utilizzo di nessun’arma in particolare, la soluzione sarebbe quella di chiudere il poligono?
«Io non sono così drastica. Sono per non permettere ai pastori di pascolare il bestiame nel Poligono, poi vediamo se i malati calano. Penso che sia l’unico caso al mondo: su 10 pastori che vanno dentro il Poligono 10 si ammalano di leucemia. Questo è un 100%. Non è sotto la media. I pastori fanno tutti una vita molto sana, è difficile che si ammalino in generale, poi tutti di leucemia, ma quando mai? L’altra cosa sarebbe avere più accuratezza e seguire procedure di un certo tipo. Se sai dov’è il problema puoi evitarlo».

Lei ha detto che ha lavorato con i militari e con le loro famiglie. Perché, nonostante queste malattie colpiscano anche loro, sono ancora così restii ad ammettere che vi è una connessione con il Poligono?

«Se un soldato si ammala e non si riprende neanche dopo il congedo, viene buttato fuori senza neanche la pensione. Molti di questi militari cercano di stare zitti, ma quando stai veramente male non lo puoi nascondere. Le nanoparticelle non danno una patologia conclamata, non iniziano in maniera evidente, ma con stanchezza cronica, problemi e dolori. I sintomi iniziali non sono descritti nei libri. È una collection di patologie, che poi si conclama in un cancro, linfoma e quant’altro. Quando ci si trova davanti a casi del genere i medici non sanno cosa fare, non ci sono mezzi per aiutare queste persone. Loro ti chiedono aiuto, ma tu non sai come fare. Io sono riuscita almeno a fare concedere la pensione a qualcuno. Per adesso, poi vedremo».

(3 – segue)


Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=94087

Add to FacebookAdd to DiggAdd to Del.icio.usAdd to StumbleuponAdd to RedditAdd to BlinklistAdd to TwitterAdd to TechnoratiAdd to Yahoo BuzzAdd to Newsvine

«La consanguineità sarda è alla base delle malattie»

Walter Carta respinge le accuse e difende il P.I.S.Q, accusato di causare tumori, leucemie e malformazioni

Di Elena Serra

TORONTO – Nel difficile scontro tra versioni ufficiali, risultati scientifici e dubbi irrisolti, l’unico dato certo appare quello delle vittime. È il tasso altissimo di leucemie e tumori che si sono sviluppati negli ultimi anni nella popolazione che vive a contatto con il Poligono Sperimentale e di Addestramento Interforze del Salto di Quirra (P.I.S.Q.), il più grande d’Europa.
Per dar voce alla difesa, il Corriere Canadese ha intervistato Walter Carta, ex sindaco di Perdas, da 25 anni all’interno del Poligono sardo, ed attualmente in servizio a Capo San Lorenzo. Carta, che si è sempre occupato di tutela dell’ambiente, ci illustra la sua visione sulla vicenda, e ci spiega perché è contento di vivere proprio lì.

In tutti questi anni di servizio in Sardegna avrà sentito parlare delle presunte contaminazioni delle quali il Poligono di Quirra sarebbe responsabile?
«Certo. Ne ho sentito parlare ma sono tutte fesserie. È stata messa in atto una campagna di denigrazione delle nostre attività militari mettendo in giro voci sull’utilizzo di armi all’uranio impoverito, ma non c’è mai stato niente del genere. Poi si sono inventati anche la storia dell’arsenico, ma anche lì non è stato trovato niente. In Italia purtroppo funziona così, a furia di dire fesserie ci credono anche loro».

Conosce qualcuno che si è ammalato di tumore o leucemia nella zona?
«Sì, conosco qualcuno, ma secondo me siamo nella casistica normale».


Non ritiene ci sia niente di anormale?

«Secondo me non c’è assolutamente niente. Anzi, noi siamo contenti di abitare qua, è veramente un posto pulito. Attualmente stanno svolgendo ulteriori indagini ambientali delle quali conosco i risultati perché me ne occupo anch’io. Di fatto sono contento che mi stiano dando conferma che è tutto a posto, tutto pulito, non c’è niente di strano».

Sa che a Quirra su 150 abitanti ci sono stati più di 30 casi di tumori e leucemie, e anche la percentuale di malformazioni nella zona è molto alta…
«Io questi dati non li conosco, però francamente ritengo che sia stato fatto troppo allarmismo. Lo dico perché quando ero sindaco di Perdas è stata promossa un’attività di ricerca sulla genetica in quanto in Sardegna c’è molta consanguineità. Se ci fossero altre cause allora dovrebbero essere tutti malati. Mi sembra una cosa assurda. E perché proprio tutti nella stessa zona? Secondo me c’è dell’altro che sarà sicuramente da ricercare in maniera diversa, non certamente criminalizzando noi militari».

Quindi pensa che le cause siano di tipo genetico?

«Certo. Adesso che si possono fare delle ricerche approfondite su tutto mi meraviglio che stiano ancora cercando di andare avanti con queste storie. Noi verifichiamo le attività che vengono fatte sul Poligono, e noi stessi abbiamo interesse che non ci siano cose strane».

Cosa mi può dire a proposito dell’utilizzo della base da parte di aziende private?
«Vi sono contatti a livello nazionale. È sempre stata un’attività del Poligono, ma solo in funzione delle nostre forse armate. Cioè, le ditte private non utilizzano il Poligono, sono degli utenti che ci chiedono di fare delle attività di prova».


Che tipo di attività?
«Ad esempio fanno dei test sulla tenuta dei tubi per oliodotti, ma sono tutte cose che non hanno un impatto di nessun tipo da quel punto di vista. Tutto si svolge nella massima sicurezza. Il nostro territorio è sgombro da qualsiasi cosa, e questo è confermato da tutti i rilevamenti che sono stati fatti e che non hanno mai evidenziato nulla. Io stesso sono tranquillo e sereno».

Come mai alcuni residenti della zona, ad esempio pastori, dicono che ci sono zone dove non cresce l’erba da 20 anni?
«Quelle sono tutte chiacchiere. La verità è che la Sardegna deve fare i conti con gli incendi. I pastori utilizzano il terreno nell’immediato, e sanno benissimo che le ceneri costituiscono un ottimo fertilizzante naturale che per quella stagione favorirà la crescita dell’erba. Ma se questo viene fatto sistematicamente alla fine non cresce più niente. Chi è causa del suo mal pianga se stesso».

Mi ha detto prima, parlando di malattie e malformazioni, che lei li attribuisce alla consanguineità. Cosa pensa delle malformazioni sugli animali?

«Statisticamente quelle ci sono dappertutto. Personalmente ho visto molti casi in televisione che riguardano episodi in zone dove non c’è mai stata attività militare, quindi penso che siano nella normalità. Ad esempio, se un vitello che nasce con due teste e nasce in Pianura Padana, non è certamente causato da attività militari. E purtroppo anche la specie umana è colpita da queste cose».

Cosa pensa dei militari che, una volta in congedo, si sono ammalati ed hanno accusato il Poligono e le sue attività?

«C’è gente che dice di aver fatto attività nel Poligono quando poi, alla resta dei conti, praticamente non vi ha operato. Noi che siamo qui da sempre siamo sani come pesci. Secondo me in mezzo a noi c’è comunque qualcuno che ha dei problemi suoi, che vengono portati fuori nel momento in cui ci si deve rifare su qualcuno o su qualcosa, ed automaticamente si punta il dito sul Poligono. Io personalmente non ho mai visto niente di strano, eppure sono nel Poligono da più di 25 anni».

Ci sono sostanze chimiche o pericolose che vengono utilizzate nella massima protezione, o non c’è niente di tutto questo?
«Io escludo nel modo più assoluto che ci sia qualcosa che possa danneggiarci. Non c’è niente che secondo me crea danno alla salute. Sia se viene ingerita, o toccata, o altro. Certo non devo stare vicino ad una bomba che esplode, ma non ci sono sostanze cancerogene, lo smentisco nel modo più assoluto».

Sa qualcosa sulla privatizzazione del Poligono?

«Io di questo non me ne occupo, non fa parte dei miei interessi».

Glielo chiedo perché si dice che questa sia una delle ragioni per le quali si coprono molte informazioni, in quanto parte del Poligono viene data “in affitto” a privati i quali forniscono un’entrata notevole.

«Queste sono malelingue. Il Poligono appartiene a noi militari, sappiamo con certezza che non si utilizza niente di strano e nessuno opera senza il nostro controllo».

Quindi, anche se dovesse venir fuori uno studio o una ASL che dice che in effetti c’è un qualcosa di strano, lei comunque non ci crederebbe?
«Sarei portato a non crederci per il semplice motivo che c’è un mare meraviglioso, un territorio incontaminato, tutto quello che viene fatto viene fatto con la massima trasparenza. Io sono uno di quelli che controllano personalmente e so che non ci sono cose strane. Ma mi rendo conto che c’è un forte antimilitarismo».

Smentisce anche la presenza di scorie nucleari?

«Assolutamente sì».

Immagino che però sia a conoscenza di uno studio svolto qualche anno fa nel quale la ASL di Cagliari aveva espresso dei dubbi rispetto alla casistica di tumori e leucemie della zona.

«Certo, ma come ho detto, se si fa un controllo su base genetica, probabilmente il discorso cambia completamente. Per questo mangio i prodotti sardi e bevo l’acqua senza essere preoccupato. Sono ben contento di stare qua non sono un pazzo. La Sardegna è bellissima e saremmo dei pazzi se la rovinassimo».

(2-segue)


Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=93827

Add to FacebookAdd to DiggAdd to Del.icio.usAdd to StumbleuponAdd to RedditAdd to BlinklistAdd to TwitterAdd to TechnoratiAdd to Yahoo BuzzAdd to Newsvine

Sardegna, bufera sul poligono

Le “polveri belliche” sarebbero responsabili di tumori e leucemie

Di Elena Serra

Quando si cresce su un’isola che tutti sperano un giorno di visitare, con spiagge e mare invidiati da tutti, antiche tradizioni e una cultura che deriva da una storia millenaria, è inevitabile creare un legame speciale con quella terra, legame di profumi e sensazioni che non potrà mai essere cancellato.
Quando si cresce in questo scenario, si ama la propria casa anche se le condizioni di vita non sono facili, anche se cresci sapendo che non ti verrà concessa l’opportunità di avere un futuro, che dovrai andartene, e poi senti gli amici dire: «Non c’è lavoro, devo arruolarmi in Afghanistan». La ami ugualmente, è la tua terra. Far finta di non vedere diventa impossibile, ma l’elaborazione di ciò che si vede richiede troppo dolore, e viene evitata.
La Sardegna è la regione italiana più militarizzata d’Italia, stiamo parlando di 24.000 ettari sui 40.000 che costituiscono il totale demanio militare italiano che, con i territori di terra e di mare, superano la superficie della regione stessa. La Sardegna è sede del più grande poligono sperimentale d’Europa, il Poligono Sperimentale e di Addestramento Interforze del Salto di Quirra (P.I.S.Q.), pattumiera del mondo per la sperimentazione di armi e l’addestramento – utilizzato dalla Marina, Aeronautica e dall’Esercito italiano, oltre che dalla Nato, dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra e da altri Paesi – e “luna park” per multinazionali della morte che possono affittarlo alla modica cifra di 50.000 euro all’ora, e utilizzarlo come “show room” per clienti affamati di sangue.
E questo è niente. La verità è che ci si trova davanti a un bivio, quello davanti al quale nessuno vorrebbe trovarsi e che, per questo, tutti fingono non esista. Ma c’è. Lo testimoniano i morti e i malati. Lo testimoniano le loro famiglie e la loro silenziosa e rassegnata impotenza. Lo testimoniano i bambini nati malformati, le madri che piangono pensando sia colpa loro, la terra violentata più e più volte, i crateri nel terreno, il fumo in lontananza, la gente che combatte, prova a fare qualcosa, grida allo scandalo e viene messa a tacere.
«Tutte chiacchiere», ci ha detto Walter Carta, militare, ex sindaco di Perdas, attualmente in servizio a Capo San Lorenzo – sulla costa orientale della Sardegna – e da oltre due decenni in servizio nel Poligono sardo. «È stata messa in atto una campagna di denigrazione delle nostre attività», commenta semplicemente.
Ma qui non si tratta di parole o pettegolezzi. I fatti hanno una voce che non può essere ignorata. Nel 1988 ben il 20% dei bambini nati nel paese di Escalaplano presentavano malformazioni e nel paesino di Quirra, 150 anime in una delle aree più intatte della Sardegna, ci sono stati 32 casi accertati di leucemia e tumori, con un picco tra il 1998 e il 2001. Numerosi animali della zona sono nati con strane malformazioni e ci sono numerosi casi di malati tra i militari che hanno prestato servizio nei poligoni sardi, anche se i dati ufficiali sono tenuti nascosti. Dieci pastori che pascolavano il gregge all’interno del Poligono sono morti di leucemia.
In molti hanno riscontrato l’anomalia della situazione, primo fra tutti Antonio Pili, oncologo ed ex sindaco di Villaputzu – comune di cui Quirra fa parte – il quale è stato subito messo a tacere. In molti hanno riconosciuto la gravità della situazione e si sono mobilitati chiedendo inchieste parlamentari, ma nulla di concreto è stato fatto e lo sterminio continua.
Neppure le ricerche di nanotossicologia condotte dalla dottoressa Antonietta Gatti – basate sul concetto di nanoparticella – che l’hanno portata ad operare sul luogo e a riconoscere una connessione scientificamente tra l’attività bellica esercitata nella zona e le malattie sviluppate, hanno prodotto alcun risultato.
No, non è l’uranio impoverito, primo sospettato dei casi di tumore, per il quale, però, non è mai stata trovata prova scientifica sul territorio sardo, e neanche l’arsenico, colpevole secondo la difesa che cercava di ripulirsi dalle accuse puntando il dito su una vecchia miniera. Ma, come tutti sanno, l’arsenico non causa né di tumori né di leucemie.
La colpa, nel caso qualcuno avesse ancora il dubbio di quali siano gli effetti della guerra, è delle “polveri belliche”, in quanto sì, la guerra uccide.
Come ci ha spiegato la dottoressa Gatti, quando c’è un’esplosione il fumo rimane lì, con tutto ciò che il territorio comprende: piante, bestiame, falde acquifere, erba. Secondo gli studi di nanotossicologia da lei condotti – tra cui il Dipna, progetto europeo in corso da 3 milioni di euro – queste polveri sono composte da nanoparticelle killer molto più piccole di un globulo rosso e di conseguenza capaci di raggiungere il sangue e gli organi con estrema facilità. Queste nanoparticelle sono state trovate in diversi tessuti di persone decedute che hanno avuto contatti con il Poligono. La dottoressa Gatti, inoltre, sta conducendo studi invertendo il processo e inserendo queste particelle in cavie animali, ottenendo la prova che causano tumori. Il collegamento scientifico, quindi, esiste, è un dato di fatto.
«In casi come questi la legge impone la regola del comune buon senso – ci ha detto Mariella Cao, del Comitato sardo Gettiamo la Basi – ossia che in presenza di sospetti si devono interrompere tutte le attività per poter indagare al riguardo», ma questo non succede perché i vertici del Poligono non accettano nessuna responsabilità e non riconoscono alcuna anomalia nell’alta percentuale di decessi e malati. «Secondo me siamo nella casistica normale – ha ribadito al Corriere Canadese Walter Carta, militare in servizio in Sardegna dal 1985 – e comunque nel Poligono non c’è niente di niente. Mi rendo conto, però, che c’è un forte antimilitarismo».
Così il P.I.S.Q. rimane attivo, anzi, verrà potenziato e non ha neanche una recinzione. Chiunque può entrare e i pastori pascolano ancora il bestiame tra residui bellici, crateri di missili, carcasse di carri armati e aree nelle quali la terra ha perso la vita e l’erba non cresce più da 20 anni – nel Poligono di Capo Teulada i pastori hanno oggi contratti d’affitto, definiti “d’oro”, con i quali sono tenuti a pagare per poter pascolare il bestiame all’interno del Poligono, terreno che è sempre stato utilizzabile gratuitamente.
Il potenziamento del P.I.S.Q., chiesto ad alta voce da tutte le forze politiche sarde, comprenderà un nuovo aeroporto per i Droni – gli aerei senza pilota acquistati dall’Italia, di cui 2 su 6 sono già caduti – che hanno come obiettivi le guerre, dall’Afghanistan all’Iraq, e che vengono utilizzati anche in Pakistan. L’aeroporto sorgerà, inoltre, sulle grotte di Is Angurtidorgius, 12 km di anfratti e di cunicoli conosciuti dagli speleologi di tutto il mondo per la loro bellezza, e habitat del Tritone, rarissima specie protetta. All’interno del Poligono vi è anche la Miniera Assassina, dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unescu, e torri spagnole del XVI secolo.
Tutte le inchieste che sono state condotte hanno avuto un risultato ritenuto scontato da coloro che lottano da anni per ottenere un minimo di giustizia. L’unica conquista raggiunta è stata quella del febbraio 2008 quando l’ultima Commissione d’inchiesta ha stabilito che, secondo le attuali conoscenze scientifiche, non è dimostrabile il nesso causa-effetto tra l’inquinamento bellico e le malattie riscontrate. Siccome, però, non è dimostrabile neanche il contrario, si prende atto del dato inoppugnabile dei morti e dei feriti nei poligoni e tra i civili, e pertanto si è riconosciuto l’obbligo di risarcire le vittime e le loro famiglie. «In questo momento qualcuno ha la pensione perché ha dimostrato di avere nanoparticelle nel corpo», ha detto con soddisfazione la dottoressa Gatti, ma c’è già chi parla di “decreto truffa” con rilevamenti in corso, gestiti in casa dall’Aeronautica, volti all’ottenimento del Certificato di Qualità Ambientale che estranierebbe il Poligono dai casi di tumori e leucemie e, di conseguenza, dal pagamento dei risarcimenti. I residenti della zona sanno perché vivono tutto sulla propria pelle, ma visti i tentativi di denuncia e i modi con i quali sono messi a tacere, si sentono demoralizzati, alcuni non ne vogliono parlare nella speranza di dimenticare. Il bivio è una scelta, quella che ti permette di decidere se credere alle versioni ufficiali, e andare a dormire tranquillo perché l’aria che ti circonda è sicura, l’acqua che bevi non è tossica e il fumo all’orizzonte non danneggerà il bambino che porti dentro di te. O puoi decidere di avere gli incubi, dire che loro mentono, chiedere trasparenza, essere sconfitto e rialzarti più grande, più forte, anche se nulla sembra cambiare e la gente continua a morire intorno a te. A volte però uno sa e sceglie di non sapere. Così quel bivio si annebbia, non viene percorso, e ci si ripete solo che quest’isola è bella da morire.

(1-segue) Leggi le altre 3 parti dell’inchiesta


Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=93546

Add to FacebookAdd to DiggAdd to Del.icio.usAdd to StumbleuponAdd to RedditAdd to BlinklistAdd to TwitterAdd to TechnoratiAdd to Yahoo BuzzAdd to Newsvine