Sardegna, bufera sul poligono

Le “polveri belliche” sarebbero responsabili di tumori e leucemie

Di Elena Serra

Quando si cresce su un’isola che tutti sperano un giorno di visitare, con spiagge e mare invidiati da tutti, antiche tradizioni e una cultura che deriva da una storia millenaria, è inevitabile creare un legame speciale con quella terra, legame di profumi e sensazioni che non potrà mai essere cancellato.
Quando si cresce in questo scenario, si ama la propria casa anche se le condizioni di vita non sono facili, anche se cresci sapendo che non ti verrà concessa l’opportunità di avere un futuro, che dovrai andartene, e poi senti gli amici dire: «Non c’è lavoro, devo arruolarmi in Afghanistan». La ami ugualmente, è la tua terra. Far finta di non vedere diventa impossibile, ma l’elaborazione di ciò che si vede richiede troppo dolore, e viene evitata.
La Sardegna è la regione italiana più militarizzata d’Italia, stiamo parlando di 24.000 ettari sui 40.000 che costituiscono il totale demanio militare italiano che, con i territori di terra e di mare, superano la superficie della regione stessa. La Sardegna è sede del più grande poligono sperimentale d’Europa, il Poligono Sperimentale e di Addestramento Interforze del Salto di Quirra (P.I.S.Q.), pattumiera del mondo per la sperimentazione di armi e l’addestramento – utilizzato dalla Marina, Aeronautica e dall’Esercito italiano, oltre che dalla Nato, dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra e da altri Paesi – e “luna park” per multinazionali della morte che possono affittarlo alla modica cifra di 50.000 euro all’ora, e utilizzarlo come “show room” per clienti affamati di sangue.
E questo è niente. La verità è che ci si trova davanti a un bivio, quello davanti al quale nessuno vorrebbe trovarsi e che, per questo, tutti fingono non esista. Ma c’è. Lo testimoniano i morti e i malati. Lo testimoniano le loro famiglie e la loro silenziosa e rassegnata impotenza. Lo testimoniano i bambini nati malformati, le madri che piangono pensando sia colpa loro, la terra violentata più e più volte, i crateri nel terreno, il fumo in lontananza, la gente che combatte, prova a fare qualcosa, grida allo scandalo e viene messa a tacere.
«Tutte chiacchiere», ci ha detto Walter Carta, militare, ex sindaco di Perdas, attualmente in servizio a Capo San Lorenzo – sulla costa orientale della Sardegna – e da oltre due decenni in servizio nel Poligono sardo. «È stata messa in atto una campagna di denigrazione delle nostre attività», commenta semplicemente.
Ma qui non si tratta di parole o pettegolezzi. I fatti hanno una voce che non può essere ignorata. Nel 1988 ben il 20% dei bambini nati nel paese di Escalaplano presentavano malformazioni e nel paesino di Quirra, 150 anime in una delle aree più intatte della Sardegna, ci sono stati 32 casi accertati di leucemia e tumori, con un picco tra il 1998 e il 2001. Numerosi animali della zona sono nati con strane malformazioni e ci sono numerosi casi di malati tra i militari che hanno prestato servizio nei poligoni sardi, anche se i dati ufficiali sono tenuti nascosti. Dieci pastori che pascolavano il gregge all’interno del Poligono sono morti di leucemia.
In molti hanno riscontrato l’anomalia della situazione, primo fra tutti Antonio Pili, oncologo ed ex sindaco di Villaputzu – comune di cui Quirra fa parte – il quale è stato subito messo a tacere. In molti hanno riconosciuto la gravità della situazione e si sono mobilitati chiedendo inchieste parlamentari, ma nulla di concreto è stato fatto e lo sterminio continua.
Neppure le ricerche di nanotossicologia condotte dalla dottoressa Antonietta Gatti – basate sul concetto di nanoparticella – che l’hanno portata ad operare sul luogo e a riconoscere una connessione scientificamente tra l’attività bellica esercitata nella zona e le malattie sviluppate, hanno prodotto alcun risultato.
No, non è l’uranio impoverito, primo sospettato dei casi di tumore, per il quale, però, non è mai stata trovata prova scientifica sul territorio sardo, e neanche l’arsenico, colpevole secondo la difesa che cercava di ripulirsi dalle accuse puntando il dito su una vecchia miniera. Ma, come tutti sanno, l’arsenico non causa né di tumori né di leucemie.
La colpa, nel caso qualcuno avesse ancora il dubbio di quali siano gli effetti della guerra, è delle “polveri belliche”, in quanto sì, la guerra uccide.
Come ci ha spiegato la dottoressa Gatti, quando c’è un’esplosione il fumo rimane lì, con tutto ciò che il territorio comprende: piante, bestiame, falde acquifere, erba. Secondo gli studi di nanotossicologia da lei condotti – tra cui il Dipna, progetto europeo in corso da 3 milioni di euro – queste polveri sono composte da nanoparticelle killer molto più piccole di un globulo rosso e di conseguenza capaci di raggiungere il sangue e gli organi con estrema facilità. Queste nanoparticelle sono state trovate in diversi tessuti di persone decedute che hanno avuto contatti con il Poligono. La dottoressa Gatti, inoltre, sta conducendo studi invertendo il processo e inserendo queste particelle in cavie animali, ottenendo la prova che causano tumori. Il collegamento scientifico, quindi, esiste, è un dato di fatto.
«In casi come questi la legge impone la regola del comune buon senso – ci ha detto Mariella Cao, del Comitato sardo Gettiamo la Basi – ossia che in presenza di sospetti si devono interrompere tutte le attività per poter indagare al riguardo», ma questo non succede perché i vertici del Poligono non accettano nessuna responsabilità e non riconoscono alcuna anomalia nell’alta percentuale di decessi e malati. «Secondo me siamo nella casistica normale – ha ribadito al Corriere Canadese Walter Carta, militare in servizio in Sardegna dal 1985 – e comunque nel Poligono non c’è niente di niente. Mi rendo conto, però, che c’è un forte antimilitarismo».
Così il P.I.S.Q. rimane attivo, anzi, verrà potenziato e non ha neanche una recinzione. Chiunque può entrare e i pastori pascolano ancora il bestiame tra residui bellici, crateri di missili, carcasse di carri armati e aree nelle quali la terra ha perso la vita e l’erba non cresce più da 20 anni – nel Poligono di Capo Teulada i pastori hanno oggi contratti d’affitto, definiti “d’oro”, con i quali sono tenuti a pagare per poter pascolare il bestiame all’interno del Poligono, terreno che è sempre stato utilizzabile gratuitamente.
Il potenziamento del P.I.S.Q., chiesto ad alta voce da tutte le forze politiche sarde, comprenderà un nuovo aeroporto per i Droni – gli aerei senza pilota acquistati dall’Italia, di cui 2 su 6 sono già caduti – che hanno come obiettivi le guerre, dall’Afghanistan all’Iraq, e che vengono utilizzati anche in Pakistan. L’aeroporto sorgerà, inoltre, sulle grotte di Is Angurtidorgius, 12 km di anfratti e di cunicoli conosciuti dagli speleologi di tutto il mondo per la loro bellezza, e habitat del Tritone, rarissima specie protetta. All’interno del Poligono vi è anche la Miniera Assassina, dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unescu, e torri spagnole del XVI secolo.
Tutte le inchieste che sono state condotte hanno avuto un risultato ritenuto scontato da coloro che lottano da anni per ottenere un minimo di giustizia. L’unica conquista raggiunta è stata quella del febbraio 2008 quando l’ultima Commissione d’inchiesta ha stabilito che, secondo le attuali conoscenze scientifiche, non è dimostrabile il nesso causa-effetto tra l’inquinamento bellico e le malattie riscontrate. Siccome, però, non è dimostrabile neanche il contrario, si prende atto del dato inoppugnabile dei morti e dei feriti nei poligoni e tra i civili, e pertanto si è riconosciuto l’obbligo di risarcire le vittime e le loro famiglie. «In questo momento qualcuno ha la pensione perché ha dimostrato di avere nanoparticelle nel corpo», ha detto con soddisfazione la dottoressa Gatti, ma c’è già chi parla di “decreto truffa” con rilevamenti in corso, gestiti in casa dall’Aeronautica, volti all’ottenimento del Certificato di Qualità Ambientale che estranierebbe il Poligono dai casi di tumori e leucemie e, di conseguenza, dal pagamento dei risarcimenti. I residenti della zona sanno perché vivono tutto sulla propria pelle, ma visti i tentativi di denuncia e i modi con i quali sono messi a tacere, si sentono demoralizzati, alcuni non ne vogliono parlare nella speranza di dimenticare. Il bivio è una scelta, quella che ti permette di decidere se credere alle versioni ufficiali, e andare a dormire tranquillo perché l’aria che ti circonda è sicura, l’acqua che bevi non è tossica e il fumo all’orizzonte non danneggerà il bambino che porti dentro di te. O puoi decidere di avere gli incubi, dire che loro mentono, chiedere trasparenza, essere sconfitto e rialzarti più grande, più forte, anche se nulla sembra cambiare e la gente continua a morire intorno a te. A volte però uno sa e sceglie di non sapere. Così quel bivio si annebbia, non viene percorso, e ci si ripete solo che quest’isola è bella da morire.

(1-segue) Leggi le altre 3 parti dell’inchiesta


Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=93546

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