«Nel poligono qualcosa che fa paura»

L’esperta Antonietta Gatti parla della situazione a Salto di Quirra

Di Elena Serra

La dottoressa Antonietta Gatti, dell’Università di Modena e Reggio Emilia, è probabilmente la voce scientifica più autorevole che possa spiegarci in quale situazione ambientale vivono i militari del Poligono Sperimentale e di Addestramento Interforze del Salto di Quirra (P.I.S.Q.) in Sardegna, e i residenti del posto. La dottoressa Gatti ha svolto ricerche direttamente sui tessuti di alcuni pazienti per conto dell’Asl di Cagliari.
Successivamente, ha lavorato come consulente della Commissione Uranio Impoverito del Governo – XIV legislatura. È stata nel Poligono e ha svolto analisi. È stata a capo di una task force per il Poligono di Salto di Quirra – altro nome che indica l’ampia zona del Poligono – durante l’inchiesta della seconda Commissione – XV legislatura – e afferma che vi è una correlazione fra le attività militari e le patologie della popolazione, comprese le malformazioni dei bimbi di Escalaplano degli anni ’80.

Dottoressa, 32 casi di tumori e leucemie su 150 abitanti. Sono davvero percentuali nella norma?
«I medici non sono scienziati, usano metodi di calcolo statistici e non trattano i casi singoli. Loro calcolano tutti gli ammalati della Sardegna, compresi quelli delle zone fortemente industrializzate dove i morti sono anche di più di quelli della zona di Quirra, e in questo modo questi dati appaiono nella media. Io parto da un altro presupposto. Qui ci sono polveri di un certo tipo. Quando c’è un’esplosione il fumo rimane sul luogo, le polveri non vanno via ma si depositano. Io ho analizzato l’erba e vi ho trovato metalli pesanti, tanto che non mangerei mai il formaggio fatto col latte di quelle mucche, e è per questo che ho chiesto che venissero condotti controlli al riguardo».

Ha mai trovato tracce di uranio impoverito?
«Ho condotto studi al riguardo, ma non ho mai trovato tracce di armi all’uranio impoverito. Ma nel Poligono di Quirra c’è dell’altro e spaventa».

Di cosa si tratta?
«Con una nuova tecnica possiamo vedere questo inquinamento bellico all’interno dei tessuti patologici. La differenza è che queste polveri sono talmente sottili che, quando respiriamo o mangiamo, le nanoparticelle non rimangono nei polmoni o nell’apparato digerente, ma attraverso il sangue possono raggiungere gli organi interni. In una ricerca dell’Università di Modena e Reggio Emilia si è visto che queste nanoparticelle, molto più piccole di un globulo rosso, raggiungono la circolazione sanguigna in 60 secondi e il fegato in un ora. Io ho trovato queste particelle nelle gonadi, nei testicoli, nel cervello, nella tiroide, dappertutto. È chiaro che se sono nel sangue causano la leucemia, se sono nei linfonodi causano il linfoma. Di solito queste nanoparticelle vengono da temperature molto elevate ed è questa una delle ragioni per cui lavoro con i soldati».


Sono polveri che non si trovano in altre zone, ad esempio nelle zone industriali?

«Non si trovano nell’inquinamento urbano. Nelle zone industrializzate io trovo un tipo di caratteristica di polvere che ha una certa chimica. Ma l’antimonio cobalto non si trova, può star tranquilla».


Quindi vi sono sostanze che sono state trovate solo nella zona del Poligono?
«Sono talmente strane che ancora adesso non riesco a capire il perché di questo antimonio cobalto. Può essere dentro qualche bomba, non lo so. Anche perché quando c’è un’esplosione le sostanze si ricombinano tra di loro, e questo è tipico di quell’ambiente (militare ndr), non si trova dapperttutto».

Ritiene che queste sostanze siano collegate ai casi di tumore, malformazioni e leucemie?
«In questo momento sto finendo un progetto europeo da 3 milioni di euro di nanotossicologia, che si chiama Dipna, con il quale studiamo l’impatto della nanoparticella sulla cellula, e sto vedendo reazioni che si verificano nei tumori. Usando nanoparticelle nei topi, ho già indotto un tumore molto raro. Quindi, a mio avviso, c’è un percorso logico. Queste nanoparticelle non solo vanno dentro la cellula, ma vanno dentro il nucleo e le ho già fotografate a contatto con Dna, quindi c’è la possibilità che inducano un danno genetico e possono causare il cancro».

Lei esclude il fatto che questi casi di tumori e leucemie siano causati da un problema di consanguineità che esisterebbe in Sardegna?

«Chi dice questo non sa di cosa sta parlando. Le malattie genetiche da consanguineità sono altre, non sono i tumori. Non si può dare questa colpa ai sardi. Un recente articolo scientifico diceva che “il soldato si porta la guerra a casa” perché lui è contaminato, è contaminato anche il suo sperma, e lo cede alla partner insieme alla contaminazione. Le sto dicendo tutte cose che possono essere dimostrate, non sono ipotesi. Quindi chi parla della consanguineità deve dimostrare quello che dice. Inoltre non mi risulta che qualcuno sia andato a controllare se ci fossero matrimoni incrociati tra le 32 vittime di Quirra».

Cosa può dirmi dei casi di malformazione? Esclude anche lì la consanguineità?

«I casi di malformazione sono diversi, sono solo ad Escalaplano, e tra l’altro in un arco di tempo limitato. Allora se si ha la consanguineità si ha sempre, non solo in quei 3 anni. Io attribuisco quelle malformazioni ad un’attività particolare del Poligono, che ha avuto luogo in quel periodo, ma di questo purtroppo non ho nessuna dimostrazione perché non ho studiato i feti malformati di quei bambini. Quello che posso dire è che quelle malformazioni sono dovute ad un’attività specifica e limitata nel tempo. C’è stato un inquinamento particolare, me lo hanno raccontato loro, se lo ricordano ancora. Se una madre in attesa, soprattutto nei primi mesi, respira le polveri, queste colpiscono il feto attraverso il sangue. Io ho studiato diversi casi e diversi feti, quindi l’ipotesi Escalaplano tiene, anche se non ne ho la dimostrazione scientifica».

Ritiene che questi metalli pesanti possano essere trovati in qualsiasi poligono, in quanto fanno parte di una normale attività militare, o qui c’è una qualcosa in più?

«Da ciò che ho visto io è abbastanza normale, ma io ci sono stata d’estate quando non c’era attività e dopo che c’erano state le piogge. Quindi può darsi che mi sia persa qualcosa».

Noi abbiamo parlato con un militare che opera da 25 anni e ci ha detto che non vi è nulla di pericoloso e che è contento di vivere lì con la famiglia, così come tanti suoi colleghi. Cosa può rispondere?
«È possibile che queste persone non abbiano svolto le attività più sporche. Come fanno a sapere cosa c’è in una bomba che esplode? Vedono solo il fumo da lontano».

Lui ci ha detto che si occupa di tutela dell’ambiente.
«Loro non hanno neanche un laboratorio, cosa controllano? I militari hanno un vasto territorio e vi sono zone che sono “sporche”. Le loro attività emettono polveri che viaggiano anche nell’entroterra. Non c’è traffico, non ci sono industrie, quindi, da un certo punto di vista l’ambiente in alcune aree è veramente bello e sano. Però, sulle attività che vengono svolte e sull’inquinamento che viene prodotto, non si discute».

Questo inquinamento favorisce il sorgere di tumori?
«Io ci vedo una correlazione. Tra l’alto le vittime di Salto di Quirra lavoravano dentro il Poligono, così come i pastori. Se si mangia il formaggio delle pecore che hanno pascolato lì si ha la possibilità di ingerire le particelle, in quanto abbiamo visto che viaggiano anche nel latte».

Il militare da noi intervistato ha anche detto: «Se ci fosse qualcosa di dannoso saremmo tutti malati».
«Non è così, sia per le difese immunitarie, e soprattutto perché bisogna entrare in contatto con queste nanoparticelle. È così per tutte le malattie. Loro sono sani perché non fanno determinate attività. Se non hanno la possibilità di essere contaminati non possono ammalarsi. Su questo non si discute».

Le ho chiesto prima se i risultati delle ricerche hanno evidenziato una normale attività militare, e lei mi ha detto di sì…

«Più o meno sì, tranne quel feto che aveva dell’antimonio cobalto. Quella stessa sostanza l’ho ritrovata nello sperma di un soldato che è stato a Quirra ed è morto, e anche in un caso di un militare canadese che era stato nella prima Guerra del Golfo, anche lui deceduto. Allora l’antimonio cobalto deve far parte di qualche armamento, che non so se sia normale o meno. L’anno scorso il ministro della Sanità La Russa ha stanziato 30 milioni di euro per compensare le famiglie dei soldati che si sono ammalati e che sono morti per probabili esposizioni all’uranio impoverito e nanoparticelle. Io sono riuscita a fa passare questo concetto. In questo momento alcune persone hanno la pensione perché hanno dimostrato di avere delle nanoparticelle dentro il proprio corpo».

A questo punto, visto che queste nanoparticelle non sono legate all’utilizzo di nessun’arma in particolare, la soluzione sarebbe quella di chiudere il poligono?
«Io non sono così drastica. Sono per non permettere ai pastori di pascolare il bestiame nel Poligono, poi vediamo se i malati calano. Penso che sia l’unico caso al mondo: su 10 pastori che vanno dentro il Poligono 10 si ammalano di leucemia. Questo è un 100%. Non è sotto la media. I pastori fanno tutti una vita molto sana, è difficile che si ammalino in generale, poi tutti di leucemia, ma quando mai? L’altra cosa sarebbe avere più accuratezza e seguire procedure di un certo tipo. Se sai dov’è il problema puoi evitarlo».

Lei ha detto che ha lavorato con i militari e con le loro famiglie. Perché, nonostante queste malattie colpiscano anche loro, sono ancora così restii ad ammettere che vi è una connessione con il Poligono?

«Se un soldato si ammala e non si riprende neanche dopo il congedo, viene buttato fuori senza neanche la pensione. Molti di questi militari cercano di stare zitti, ma quando stai veramente male non lo puoi nascondere. Le nanoparticelle non danno una patologia conclamata, non iniziano in maniera evidente, ma con stanchezza cronica, problemi e dolori. I sintomi iniziali non sono descritti nei libri. È una collection di patologie, che poi si conclama in un cancro, linfoma e quant’altro. Quando ci si trova davanti a casi del genere i medici non sanno cosa fare, non ci sono mezzi per aiutare queste persone. Loro ti chiedono aiuto, ma tu non sai come fare. Io sono riuscita almeno a fare concedere la pensione a qualcuno. Per adesso, poi vedremo».

(3 – segue)


Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=94087

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