Archive | January 2010

L’italiese specchio della cultura italiana in Canada

La professoressa Vikki Cecchetto insegnerà alla McMaster un nuovo corso di Lingua

Di Elena Serra

TORONTO – Sono in molti in Canada a sapere cosa è l’Italiese, soprattutto tra gli italo-canadesi, ma forse in pochi ne conoscono la vera storia, dallo sbarco dei primi immigrati nel Paese, al suo uso fatto dagli italiani di seconda e terza generazione.
Per svelarne tutti i retroscena, e per spiegare quelle mutazioni che si celano dietro cambiamenti linguistici, la McMaster University di Hamilton offre un nuovo corso dedicato proprio alla Lingua degli immigranti italiani, iniziato a gennaio e che andrà avanti fino all’inizio di aprile. La docente, Vikki Cecchetto, ha spiegato al Corriere Canadese come i mutamenti della lingua italiana riflettano tutti gli aspetti della storia degli italiani in Canada. «Sono nata in Italia – dice – nella Provincia di Treviso, ma sono arrivata in Canada con la mia famiglia quando avevo solo due anni»

Quindi ha vissuto in prima persona l’esperienza che ora racconta nel suo nuovo corso.
«Esattamente. Essendo figlia di immigranti, ho vissuto anch’io questa esperienza, ed a volte mi sono trovata a dover tradurre tra italiano ed inglese, anche per i miei genitori».

La sua esperienza personale come ha cambiato il suo modo di insegnare?

«Penso che la mia esperienza, e soprattutto il fatto di conoscere più di una lingua, mi abbia reso un po’ più sensibile verso le difficoltà che alcuni dei nostri studenti incontrano nello studio delle lingue, e sul capire che, solo perché non sono a volte capaci di esprimersi come vorrebbero, non vuol dire che non siano intelligenti. Inoltre il fatto di essere familiare con il mio dialetto, e la mia stessa esperienza come insegnante, mi rende un po’ più sensibile e ciò che gli studenti dicono o cercano di dire».

Come pensa che lo studio dell’evoluzione della lingua possa aiutarci a capire cosa hanno vissuto gli immigranti italiani in Canada?

«Studiando l’evoluzione della lingua, o della lingua nativa – o della lingua ereditaria, nel caso della seconde e terze generazioni degli immigranti italiani- si può anche capire la cultura di queste popolazioni, e l’atteggiamento della comunità intorno ad essa. Questo perché la prima cosa che si nota in una persona “diversa” è una lingua “diversa”, e se questa differenza crea problemi, la prima naturale reazione è quella di cercare di eliminarla, diventando più “inglesi”».

Lei crede che queste modifiche porti gli italiani alla perdita di una parte della propria cultura?
«Può accadere. In molti casi accade, o si mantiene la parte più privata della propria cultura, e ci si ritrova ad avere una spaghettata con gli amici, o mantenere le tradizioni. O può accadere che si mantiene la parte della propria cultura che non è poi così “diversa” o distante dalla nuova cultura nella quale ci si trova, quella parte che gli altri possono capire. Allora si hanno eventi basati sul cibo o si parla di calcio, o di Opera, perché si crede che tutti gli italiani siano grandi cantanti d’Opera (scoppia a ridere, ndr)».

Lei lo è?
«Veramente ho studiato canto (ride ancora, ndr) ma non mi classificherei come una eccezionale cantante d’Opera. Ma il fatto che gli altri probabilmente si sentono a proprio agio in questi aspetti della cultura italiana, fa si che non vadano perduti. La lingua non è una cosa semplice, ed il fatto che gli italo-canadesi si trovino in una realtà multiculturale fa si che venga mantenuta la lingua che è comune a tutti, e quindi l’inglese».

Pensa che oggi la lingua italiana sia ancora importante per gli italo-canadesi di seconda e terza generazione?

«Penso di sì. Ci sono due “lingue italiane” che gli italo-canadesi mantengono: la prima è il dialetto dei propri genitori e nonni, qualunque esso sia, perché permette loro di mantenere il legame con le proprie origini anche qui in Canada. E anche se alcuni italo-canadesi della seconda e terza generazione non sono in grado di rispondere ai propri nonni in dialetto, sicuramente li capiscono. L’altro italiano è la vera e propria lingua italiana, che permette loro di rimanere in contatto anche con i propri parenti in Italia. Molti dei nostri studenti ci chiedono di studiare standard italian perché quando vanno in Italia la gente ride di loro dicendo che parlano il dialetto di 40 anni fa. A quel punto l’orgoglio si presenta, e vogliono dimostrare di poter parlare un italiano corretto. Ma è anche la realizzazione che la lingua italiana apre le porte ad una cultura che è molto più vasta di quella familiare nella quale sono cresciuti».

Cosa può dirci invece di specifico sul suo nuovo corso di Lingua degli immigranti italiani?

«Quello che mi piacerebbe accadesse agli studenti, attraverso la comprensione di quello che i nonni, bisnonni o genitori hanno affrontato nell’esperienza dell’arrivo in un Paese nuovo, e come la loro lingua è cambiata a causa di questa esperienza, è il capire che il modo in cui si comportano, in cui parlano, e tutti i loro atteggiamenti derivano esattamente da quello che hanno vissuto. In oltre al corso parteciperanno alcuni dei primi immigranti italiani qui in Canada, che racconteranno la propria storia, e sapranno rendere le lezioni molto più interessanti di quando non possa fare io».


Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=96014