Archive | March 2010

Fashion Week: sfila il “rosso” che fa bene al cuore

Anche l’italiana Ines Di Santo tra gli stilisti e le celebrità scesi in campo per l’Heart and Stroke Foundation

Di Elena Serra

TORONTO – Le celebrità e gli stilisti canadesi si stanno per riunire ancora una volta all’Heart and Stroke Foundation per la terza edizione del Heart Truth Fashion Show.
L’evento che si svolgerà oggi, i cui biglietti sono ormai introvabili, si terrà durante la quarta giornata della Toronto Fashion Week, soprannominata The Power of Style, che, nonostante abbia cambiato location solo due settimane prima della sua inaugurazione passando dal Liberty Village al più accomodante Allstream Centre dell’Exibition Place, ha piacevolmente sorpreso la stampa e i pochi fortunati che domenica scorsa hanno avuto l’occasione di assistere alla sfilata di Izma, della coppia Izzy Camilleri e Adrian Mainella, che ha aperto la cinque giorni di moda.
L’Heart Truth Fashion Show è stato creato per diffondere informazioni sull’importanza della prevenzione delle malattie cardiovascolari, prima causa di morte per le donne canadesi, e lancia un messaggio preciso dalle passerelle dell’appuntamento più importante del mondo della moda nella Gta. In soli tre anni l’evento è diventato un must della settimana della moda, e alcuni dei vestiti delle passate edizioni sono esposti proprio all’ingresso della venue per diffondere il messaggio a tutti visitatori, andando oltre le passerelle.
Il caratteristico vestito rosso, simbolo della campagna, parlerà anche quest’anno a nome della Heart and Stroke Foundation, grazie ai venti stilisti che hanno deciso di dare il proprio contributo, e alle celebrità che si sono rese disponibili nell’indossare queste creazioni rosse e sfilare durante la settimana della moda di Toronto.
Tra questi stilisti, che includono Andy Thê-Anh, David Dixon,grandi nomi come Evan & Dean, Paul Hardy e Nadya Toto, vi è anche Ines Di Santo, celebre stilista di abiti da sposa che ha incontrato il Corriere Canadese per raccontare questa sua partecipazione all’Heart Truth Fashion Show.
Nata da padre toscano e madre di Napoli, Ines Di Santo ha lasciato l’Italia con la famiglia alla volta dell’Argentina quando aveva solo nove mesi, ma nonostante ciò parla ancora un perfetto italiano. Si è poi trasferita a Toronto e, con chiara emozione ci ha raccontato che questa collaborazione con l’Heart and Stroke Foundation è nata da una sua esperienza personale: «Ho perso mio padre di cancro – ci dice – e mia madre è morta proprio a causa di problemi al cuore. L’ho vista soffrire molto, e vorrei davvero poter fare di più per queste associazioni che svolgono ricerche sulle malattie cardiovascolari e forniscono assistenza ai malati».

Ines Di Santo disegna vestiti da sposa da quando aveva quindici anni, ha studiato in Argentina con il team di Christian Dior ed ha insegnato modelli per due anni prima di dedicarsi definitivamente alla creazione di abiti da sposa.
«Questi abiti rappresentano per me un sogno d’infanzia, e mi piacerebbe che tutte le spose potessero realizzarlo. Il matrimonio è un momento della vita molto importante, simboleggia l’inizio di tante cose. Per questo è importante promuovere anche altri messaggi, come quello della prevenzione e dell’attenzione verso il proprio corpo e la propria salute. Comunicare l’importanza di una migliore qualità di vita è fondamentale, e sono orgogliosa di far parte di questo progetto».
Il commento di Ines Di Santo rappresenta proprio l’essenza di Heart Truth, che vuole comunicare che, attraverso uno stile di vita più sano, il rischio di contrarre malattie cardiovascolari può diminuire addirittura dell’80%.
Tra le celebrità canadesi che sfileranno con i vestiti rossi creati proprio per questo evento ci saranno Marci Ien, volto di Ctv, l’attrice Sheila McCarthy, Tracy Moore di CityTv, Crystal Shawanda, premiata cantante nativa, e Kathleen Robertson, nota internazionalmente soprattutto per la sua partecipazione al telefilm Beverly Hills 90210.
Un evento imperdibile quindi, che unisce il divertimento e un’atmosfera magica a una causa davvero importante, che si prefigge l’obbiettivo di combattere la malattia che è oggi la principale causa di morte delle donne canadesi.
Chi non farebbe carte false per poter assistere ad una sfilata di abiti di prestigiosi stilisti indossati da celebrità? Se sei quindi tra i fortunati che sono riusciti ad accaparrarsi uno dei biglietti, questa è di sicuro l’occasione giusta per concedersi qualche momento di svago e, naturalmente, indossare il rosso, colore del momento. In fondo noi donne sappiamo che la moda fa bene al cuore.


Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=97768

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Lettere del Corriere a Bonaiuti & C.

Un centinaio di missive di protesta contro i tagli alla stampa all’estero inviate ai ministri italiani

Di Elena Serra

TORONTO – Non solo le redazioni dei giornali italiani all’estero, ma anche tutte le comunità italiane nel mondo sono state investite dall’onda creata il 25 febbraio scorso dal Senato italiano con l’approvazione del taglio del 50% sui fondi per l’editoria all’estero, parte del decreto Milleproroghe.
Ne sono dimostrazione concreta le numerosissime lettere ed e-mail che il Corriere Canadese riceve ogni giorno da associazioni, enti, istituzioni locali e lettori, che desiderano esprimere il proprio sostegno e la propria solidarietà verso quello che è spesso definito come un grave provvedimento contro gli italiani all’estero e contro tutti gli sforzi compiuti fino ad oggi per proteggere la cultura e l’identità italiana fuori dai confini nazionali.
Il Corriere Canadese continua la propria battaglia e anche la comunità entra in azione.
Dopo il completo appoggio ottenuto dalla Federazione Nazionale della Stampa in occasione dell’incontro a Roma con i rappresentanti dei quotidiani italiani all’estero, e dopo gli spiragli di dialogo, riconsiderazioni e promesse da parte di alcuni parlamentari intervistati nelle scorse settimane dal Corriere Canadese, anche il segretario del Pd Luigi Bersani si è espresso ieri sul tema dell’editoria, chiedendo una riforma giusta e auspicando l’intervento del governo per il raggiungimento di una soluzione.
«L’editoria è un problema non ancora risolto», ha affermato durante il forum di Youdem su informazione, libertà e censura. «Incoraggio Bonaiuti a tirare fuori una riforma dell’editoria e sono pronto a cooperare per trovare un criterio», sottolineando l’importanza di «trovare un meccanismo pluralistico per correggere gli errori».
Forte delle proprie idee e convinzioni, e fiero del sostegno che gli viene rinnovato quotidianamente, il Corriere Canadese continua la sua battaglia, affiancato da altri importanti quotidiani italiani nel mondo, – come America Oggi, Il Globo e La Fiamma, Gente d’Italia, e Voce d’Italia (ai quali sono stati tagliati i fondi del 50% assieme ai 150 periodici sparsi nel mondo) – allontanandosi da ogni tipo di baratto politico, e lottando per il solo diritto d’informazione.
A tale scopo ha inviato ieri via fax un centinaio di lettere al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti; alla segretaria capo del dipartimento Editoria; al ministro dell’Economia e Finanza Giulio Tremonti; al ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola. Tra i mittenti il Congresso Nazionale degli Italo Canadesi (sezioni di Toronto e Ottawa), il Console Generale di Toronto Gianni Bardini, istituzioni italiane in Canada come la Camera di Commercio, l’ICE, Team Italia, le Università di Toronto, Ottawa, Mississauga, Kingston, Waterloo, il Vicario Episcopale di Toronto, Federazioni, Club e Associazioni da Vancouver a Montréal che hanno voluto scendere in campo per sostenere la battaglia del Corriere tesa al ripristino dei fondi. Non vi è in gioco solo la sorte di un quotidiano, ma anche la tutela di una lingua che viene “garantita” da più di mezzo secolo attraverso la distribuzione quotidiana di un giornale che è entrato a far parte della comunità. E sarebbero proprio gli italo-canadesi – e in particolare le nuove generazioni – a pagarne il prezzo più alto.
Tutto questo appare chiaro nelle frasi inviate dai lettori, nei commenti, nei volti di chi si ferma in redazione per esprimere un gesto di solidarietà e dice che non riesce ad immaginare «il futuro senza il mio giornale».
Il Corriere Canadese non è proprietà dei politici oltreoceano, è la voce degli emigrati italiani che lo leggono ogni mattina, degli studenti che lo utilizzano nelle lezioni di italiano, di tutte quelle persone che ogni mattina vanno a comperarlo per leggere le notizie dall’Italia, dal Canada e dal Mondo e per mostrare ai loro figli il Made in Italy, la cultura italiana, le tradizioni che altrimenti si rischierebbe di perdere.
Chiaro appare anche il fatto che la delusione maggiore della comunità italo-canadese rispetto a questo provvedimento, è legato anche al comportamento di alcuni parlamentari eletti all’estero che, non solo non si sono opposti alla legge, ma hanno votato a favore andando contro gli interessi dei propri elettori.
Ne risulta che il voto degli italiani all’estero, nodo che ha sempre costituito, e costituisce ancora, terreno di accesi dibattiti, viene visto dagli italo-canadesi come un diritto di forma ma non di contenuto, in quanto la loro voce non viene né ascoltata né presa in considerazione.
L’intera comunità si trova d’accordo anche nell’esprimere una forte amarezza per il mancato riconoscimento dell’importante ruolo che gli italiani hanno nel mondo, e i benefici di cui l’Italia può godere grazie a loro: si pensi ad esempio all’aspetto economico, con la promozione del Made in Italy, gli affari, il turismo, e gli scambi commerciali con numerosi altri Paesi.
Questo è anche il motivo per il quale molti cittadini anche a Toronto si stanno mobilitando, decisi a non voler rinunciare a quello che considerano il loro diritto all’informazione. Il Lucania Club ha organizzato per mercoledì 31 marzo una riunione nella quale si potrà discutere della situazione degli italo-canadesi, dei tagli alla stampa all’estero e del voto all’estero. L’incontro, che avrà luogo a “La piazza punto d’incontro” di Pino Didiano, avrà come tema centrale proprio il taglio del governo italiano ai contributi per l’editoria all’estero. In una discussione aperta alla comunità, il Lucania Club si propone quindi di valutare le eventuali strade da percorrere per difendere i propri diritti ed il proprio status di italiani, e per far sì che tutto ciò che si è costruito fino ad oggi possa rimanere alle generazioni future, e che la cultura italiana non vada perduta.


Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=97636

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«L’Italia deve umanizzarsi al femminile»

La fondatrice di Telefono Donna lancia il suo appello in occasione dei 18 anni di attività

Di Elena Serra

TOTONTO – Sono oltre 80.000 i casi di violenza contro le donne che in Italia sono stati risolti dalle volontarie di Telefono Donna, il centro di ascolto e di consulenza per la donna e la famiglia in difficoltà. Ma il quadro della situazione descritto al Corriere Canadese da Stefania Bartoccetti, fondatrice dell’associazione nata nel 1992, è allarmante. In un Paese che si rifiuta di ammettere l’evidenza ed affrontarla, nascondendosi dietro luoghi comuni che dipingono la donna maltrattata solo in luoghi lontani come l’Afghanistan, vi è in realtà un forte bisogno di una rottura netta col passato. Gli abusi familiari colpiscono infatti in Italia più di una donna su tre, e comprendono violenza fisica, psicologica, ed in alcuni casi anche sessuale. In occasione della Giornata Internazionale della Donna, il Corriere Canadese ha chiesto a Stefania Bartoccetti qual è la strada da percorrere per un miglioramento nella società italiana.

Come è nata la sua associazione e di cosa si occupa?
«Il tutto è nato come centro di ascolto: volevo fare qualcosa di utile per le donne, e mia madre mi ha suggerito di dedicare loro una linea telefonica, in quanto solo attraverso l’ascolto sarei riuscita a rispondere alle loro esigenze. È andata proprio così, ci sono arrivate telefonate di donne maltrattate, abbandonate, con problemi relativi ai figli, alla salute, donne senza casa o senza lavoro. Un po’ uno spaccato di quella che è oggi la situazione della donna in Italia. Riuscire a mettere a servizio questo centro di ascolto significa favorire la fuoriuscita da questo terribile tunnel. È importante rimettere la donna al centro di ogni azione, perché attraverso di lei si muove poi anche la famiglia, e di conseguenza la società».

Spesso si pensa che a subire violenze in Italia siano soprattutto donne immigrate, e che quindi, in qualche modo, questo fenomeno non tocchi le italiane. Cosa mi può dire al riguardo?
«Non è assolutamente vero. Anche in casi eclatanti, come può essere un marito che uccide la moglie, si dice sempre che lui ha compiuto un atto del genere perché è impazzito, ma nella maggior parte dei casi vi sono anni di maltrattamenti e denunce inascoltate. A mio avviso semplicemente non si vuole parlare della violenza familiare, che riguarda anche le extracomunitarie, ma colpiscono tantissime italiane. Donne che spesso rimangono in situazioni di violenza perché devono tutelare i figli, perché non sanno dove andare, non hanno un lavoro, hanno paura o si sentono in colpa. Abbiamo una società che ci comunica della violenza da sconosciuti, di solito l’abuso sessuale, e tace costantemente quella domestica che ha numeri molto più elevati, e comprende vari tipi di violenza compresa quella sessuale».

Ritiene che questi abusi siano frutto di discriminazioni che ancora oggi colpiscono le donne in Italia?
«Sì, le discriminazioni sono ancora forti, ma inoltre non esiste un modello di famiglia neutro, e la donna che oggi subisce violenza ha visto la madre esserne vittima, per cui riconosce quella espressione della violenza e in qualche modo la “accetta”. Le discriminazioni che ho notato consistono nel fatto che più la donna italiana ha tentato il percorso dell’emancipazione, attraverso il lavoro, la cultura, la conoscenza, e più questa società si è imbarbarita contro di lei. Invece di sostenere e promuoverla, l’ha riportata indietro, spingendola ad aver paura di uscire, di affrontare un nuovo impiego, e questa è una grossa discriminazione».

Quel è il motivo secondo lei?
«Intorno al tema della donna c’è sempre il tabù dell’essere inferiore, della differenza, del distinguo di genere. Specialmente oggi, con questo Paese un po’ alla deriva, promuovere la donna significa favorire una qualità di vita, di cura, di intervento, Ma questo atteggiamento nei confronti della donna è una cosa antica, usare il tabù del sesso, del sangue, di cose antiche e passate».


Quale considera il primo importante passo per un reale miglioramento della condizione della donna in Italia?
«Se vogliamo veramente che la società si umanizzi al femminile, bisogna rivedere le politiche sociali, creare dei sistemi di supporto e promozione della donna nella società, che sono in primis tutto quello che la favorisce nella gestione dei figli, e tutte quelle che sono iniziative a supporto della famiglia. Ma anche legislativo che vada a punire chi effettivamente compie atti scorretti nei confronti delle donne, e che quindi funga da deterrente verso questi comportamenti».


In questo scenario, che significato ha la festa dell’8 marzo?
«Dovrebbe celebrare la donna nelle suoi più ampi ruoli e più ampie aspettative. Noi l’8 marzo presenteremo a Milano il libro che ho scritto (Mi chiamo B, nella foto, ndr) con prefazione di Francesco Alberoni, che racconta alcuni casi seguiti da Telefono Donna. In questo modo celebreremo i 18 anni della nostra attività».


Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=97110

Festa della donna, dietro la mimosa

La celebrazione dedicata alle battaglie compiute dal “popolo rosa”

Di Elena Serra

La Giornata Internazionale della Donna, festeggiata l’8 marzo, si propone la celebrazione delle conquiste sociali, politiche ed economiche raggiunte dalle donne dopo lotte di anni contro discriminazioni e violenze, purtroppo ancora presenti in molti Paesi. Ma quella mimosa, rubata da un albero mentre si va a scuola per poterla regalare alla compagna di banco, o comprata di fretta da un ambulante per la mamma o la moglie, resta spesso un gesto fine a se stesso.
La perdita di significato della ricorrenza avvenuta negli anni, ha fatto sì che si perdesse il senso della protesta a favore di una connotazione più commerciale, fino ad arrivare alla completa ignoranza comune della sua nascita.
Soprattutto nel dopoguerra si diffusero voci che datavano la nascita della festa della donna ad un incendio avvenuto il 25 marzo 1911 in una fabbrica di camice di New York, nel quale morirono 146 operaie, in gran parte immigrate italiane. Questo episodio, pur scuotendo l’opinione pubblica con un fortissimo eco sociale e politico che portò al varo di numerose leggi sulla sicurezza sul lavoro, non rappresenta altro che una delle numerosissime tappe della lotta che ha portato la donna all’emancipazione.
Già da tre anni, infatti, si parlava della questione femminile e della rivendicazione del voto alle donne, seppur la politica non voleva scendere a patti con i gruppi di “femministe borghesi” che si stavano ormai diffondendo. Furono le donne del partito socialista americano a rifiutare per prime questo divieto, annunciando che il Congresso non aveva «alcun diritto di dettare alle donne socialiste come e con chi lavorare per la propria liberazione», e nel 1909 si mobilitarono per riservare l’ultima domenica di febbraio ad una manifestazione per il diritto del voto femminile. Il 28 febbraio ci fu dunque la prima ufficiale Giornata della Donna celebrata negli Stati Uniti. In quella occasione fu anche dato spazio alle rivendicazioni sindacali chieste ad alta voce da 20.000 camiciaie newyorkesi il cui sciopero, durato tre mesi, si era appena concluso.
La prima Giornata Internazionale della Donna si celebrò in Europa il 19 marzo 1911, data scelta dal Segretariato internazionale delle donne socialiste, anche se in alcuni Paesi arrivò solo successivamente: Russia 1913, Francia e Germania 1914. In Italia il tutto avvenne solo dopo la Prima Guerra, nel 1922, per iniziativa del Partito comunista d’Italia, che volle celebrarla il 12 marzo.
Nel settembre del 1944 si costituì a Roma l’UDI, Unione Donne Italiane – formata da donne appartenenti al PCI, PSI, Partito d’Azione, Sinistra Cristiana e alla Democrazia del Lavoro – che decise di celebrare l’8 marzo 1945 la prima Giornata della Donna nelle zone dell’Italia libera, e nello stesso periodo a Londra veniva approvata e inviata all’ONU una Carta della donna contenente richieste di parità di diritti e di lavoro. L’anno successivo, 8 marzo 1946, la festa della donna fu finalmente celebrata in tutta Italia e vide la comparsa del suo simbolo, la mimosa, che fiorisce proprio in quei giorni, e che rappresenta ancora oggi la ricorrenza.
Durante gli anni del femminismo, ebbero una particolare rilevanza le celebrazioni della festa della donna di Roma nel 1972, quando comparve un volantino che diceva “non siano lo Stato e la Chiesa ma la donna ad avere il diritto di amministrare l’intero processo della maternità”, e si parlò per la prima volta di legalizzazione dell’aborto, liberazione omosessuale e prostituzione legalizzata.
Le Nazioni Unite designarono il 1975 come Anno Internazionale della Donna, che ha visto per la prima volta tutto il mondo unito nella ricorrenza dell’8 marzo, attraverso eventi su larga scala, e dibattiti per onorare i traguardi raggiunti e ricordare all’intera comunità che vi era ancora tanto da fare per preservare l’eguaglianza tra i sessi e sconfiggere discriminazioni e violenze.
Solo due anni dopo le Nazioni Unite si impegnarono ufficialmente nella lotta alle discriminazioni ed aumentarono il supporto verso la piena ed eguale partecipazione.
Per quanto molti aspetti di questa lunga e dolorosa lotta femminista possano a molti risultare difficili da comprendere – soprattutto per le nuove generazioni, nelle quali le ragazze non hanno dovuto lottare per poter andare a scuola o indossare un paio di pantaloni – è importante ricordare che ciò che oggi ci appare come scontato, è stata in realtà una difficile conquista della quale donne e uomini devono esserne consapevoli.
Ed è stato per questo che sabato scorso più di 2.000 donne hanno marciato per le strade di Toronto, tenendo alta l’attenzione sulle pari opportunità nel mondo del lavoro. «Questa ricorrenza è nata da problemi che ancora oggi le donne si trovano ad affrontare» ha affermato uno degli organizzatori, chiedendo al governo una maggiore attenzione per le politiche sociali dedicate alla famiglia.
Così come si commemorano i veterani per la libertà che hanno per noi conquistato, o si cita Martin Luther King come simbolo di importanti traguardi, è importante non reputare la festa della donna come una celebrazione di serie b, in quanto rappresenta una tappa importante e piena di significato. E forse quest’anno quella mimosa, ricevuta o regalata, potrà sembrarci ancora più importante, e ci ricorda che la strada da percorrere è ancora molto lunga.


Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=97109

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