«L’Italia deve umanizzarsi al femminile»

La fondatrice di Telefono Donna lancia il suo appello in occasione dei 18 anni di attività

Di Elena Serra

TOTONTO – Sono oltre 80.000 i casi di violenza contro le donne che in Italia sono stati risolti dalle volontarie di Telefono Donna, il centro di ascolto e di consulenza per la donna e la famiglia in difficoltà. Ma il quadro della situazione descritto al Corriere Canadese da Stefania Bartoccetti, fondatrice dell’associazione nata nel 1992, è allarmante. In un Paese che si rifiuta di ammettere l’evidenza ed affrontarla, nascondendosi dietro luoghi comuni che dipingono la donna maltrattata solo in luoghi lontani come l’Afghanistan, vi è in realtà un forte bisogno di una rottura netta col passato. Gli abusi familiari colpiscono infatti in Italia più di una donna su tre, e comprendono violenza fisica, psicologica, ed in alcuni casi anche sessuale. In occasione della Giornata Internazionale della Donna, il Corriere Canadese ha chiesto a Stefania Bartoccetti qual è la strada da percorrere per un miglioramento nella società italiana.

Come è nata la sua associazione e di cosa si occupa?
«Il tutto è nato come centro di ascolto: volevo fare qualcosa di utile per le donne, e mia madre mi ha suggerito di dedicare loro una linea telefonica, in quanto solo attraverso l’ascolto sarei riuscita a rispondere alle loro esigenze. È andata proprio così, ci sono arrivate telefonate di donne maltrattate, abbandonate, con problemi relativi ai figli, alla salute, donne senza casa o senza lavoro. Un po’ uno spaccato di quella che è oggi la situazione della donna in Italia. Riuscire a mettere a servizio questo centro di ascolto significa favorire la fuoriuscita da questo terribile tunnel. È importante rimettere la donna al centro di ogni azione, perché attraverso di lei si muove poi anche la famiglia, e di conseguenza la società».

Spesso si pensa che a subire violenze in Italia siano soprattutto donne immigrate, e che quindi, in qualche modo, questo fenomeno non tocchi le italiane. Cosa mi può dire al riguardo?
«Non è assolutamente vero. Anche in casi eclatanti, come può essere un marito che uccide la moglie, si dice sempre che lui ha compiuto un atto del genere perché è impazzito, ma nella maggior parte dei casi vi sono anni di maltrattamenti e denunce inascoltate. A mio avviso semplicemente non si vuole parlare della violenza familiare, che riguarda anche le extracomunitarie, ma colpiscono tantissime italiane. Donne che spesso rimangono in situazioni di violenza perché devono tutelare i figli, perché non sanno dove andare, non hanno un lavoro, hanno paura o si sentono in colpa. Abbiamo una società che ci comunica della violenza da sconosciuti, di solito l’abuso sessuale, e tace costantemente quella domestica che ha numeri molto più elevati, e comprende vari tipi di violenza compresa quella sessuale».

Ritiene che questi abusi siano frutto di discriminazioni che ancora oggi colpiscono le donne in Italia?
«Sì, le discriminazioni sono ancora forti, ma inoltre non esiste un modello di famiglia neutro, e la donna che oggi subisce violenza ha visto la madre esserne vittima, per cui riconosce quella espressione della violenza e in qualche modo la “accetta”. Le discriminazioni che ho notato consistono nel fatto che più la donna italiana ha tentato il percorso dell’emancipazione, attraverso il lavoro, la cultura, la conoscenza, e più questa società si è imbarbarita contro di lei. Invece di sostenere e promuoverla, l’ha riportata indietro, spingendola ad aver paura di uscire, di affrontare un nuovo impiego, e questa è una grossa discriminazione».

Quel è il motivo secondo lei?
«Intorno al tema della donna c’è sempre il tabù dell’essere inferiore, della differenza, del distinguo di genere. Specialmente oggi, con questo Paese un po’ alla deriva, promuovere la donna significa favorire una qualità di vita, di cura, di intervento, Ma questo atteggiamento nei confronti della donna è una cosa antica, usare il tabù del sesso, del sangue, di cose antiche e passate».


Quale considera il primo importante passo per un reale miglioramento della condizione della donna in Italia?
«Se vogliamo veramente che la società si umanizzi al femminile, bisogna rivedere le politiche sociali, creare dei sistemi di supporto e promozione della donna nella società, che sono in primis tutto quello che la favorisce nella gestione dei figli, e tutte quelle che sono iniziative a supporto della famiglia. Ma anche legislativo che vada a punire chi effettivamente compie atti scorretti nei confronti delle donne, e che quindi funga da deterrente verso questi comportamenti».


In questo scenario, che significato ha la festa dell’8 marzo?
«Dovrebbe celebrare la donna nelle suoi più ampi ruoli e più ampie aspettative. Noi l’8 marzo presenteremo a Milano il libro che ho scritto (Mi chiamo B, nella foto, ndr) con prefazione di Francesco Alberoni, che racconta alcuni casi seguiti da Telefono Donna. In questo modo celebreremo i 18 anni della nostra attività».


Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=97110

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