Archive | June 2010

Katerina Bocci, dalla scuola italiana alla passerella di NYC

Nata in Albania, vive negli Usa e sta presentando a Toronto la sua prima linea di abiti da sposa

Di Elena Serra

TORONTO – Potrebbe essere una modella, ma non mette in mostra se stessa, bensì le sue creazioni, calcando la passerella per ultima, pochi passi prima di tornare dietro le quinte. Con la voce entusiasta di una bambina, dice che sta vivendo il suo american dream. È Katerina Bocci, la stilista albanese che negli ultimi anni si è costruita la strada che l’ha velocemente portata al successo, quella stessa strada che è ora per lei un tappeto rosso calcato da celebrità a caccia delle sue creazioni, tra le quali Aretha Franklin, Ferie e Jordin Sparks.
Dalla sua formazione in Italia dove ha concluso gli studi nel 1999, all’arrivo negli Stati Uniti nel 2001 seguito dal debutto alla Fashion Week di New York nel 2007, il Corriere Canadese ha incontrato Katerina Bocci a Toronto, durante la presentazione a Studio Sposa della sua prima collezione “in bianco” – che si concluderà domani – e si è fatto raccontare i segreti del suo successo.

Il suo percorso nel mondo della moda è iniziato in Italia. Cosa si ricorda di quel periodo?
«È stato uno dei periodi più belli della mia vita. Ho vissuto a Bassano del Grappa ed ho studiato al Sitam di Padova. Anche se sono nata in Albania penso davvero che l’Italia faccia parte di me perché mi ha permesso di vivere il mio sogno».

Ritiene che per uno stilista sia più importante il talento o la formazione accademica?

«Avere talento è molto importante, ma deve essere affiancato da una corretta educazione e da tanta voglia di lavorare. Tutti possono andare a scuola, ma senza talento e voglia di fare non si può arrivare da nessuna parte».

Il suo debutto sulle passerella mondiali è avvenuto nel 2007 alla New York Fashion Week. Come ci è arrivata e cosa ha provato in quel momento?
«Arrivarci non è stato facile: ci volevano molti soldi, ed anche se avevo talento non era facile trovare qualcuno che mi sponsorizzasse. Ma ho sempre lavorato sodo, non ho aspettato l’aiuto di nessuno e ci sono arrivata con le mie forze. L’emozione è stata grandissima, sono stata la prima albanese a partecipare alla settimana della moda di New York, e mi sono sentita importante anche nel rappresentare il mio Paese. È stato indescrivibile, un mix di emozione, preoccupazione, felicità e nervosismo. Per la sfilata ho scelto le canzoni di Eros Ramazzotti come omaggio all’Italia, ed inoltre era presente l’ambasciatore dell’Albania. Ma soprattutto quella sfilata mi ha permesso di vendere tutta la collezione, e questo mi ha ripagato del duro lavoro».

Il mondo della moda è davvero come se lo immaginava quando era ragazza?
«Io vengo da un Paese che ha vissuto 50 anni di comunismo, ed era molto difficile entrare in contatto con questo mondo. Ma ora mi sento libera di esprimere tutto ciò che ho dentro, e questa è la differenza principale che sento rispetto a quando ero ragazza, perché allora avevo paura di sognare così tanto. In questo mondo sento davvero di vivere il mio american dream».

Qual è la differenza principale tra la moda femminile europea e quella americana?
«Per quanto mi riguarda, anche se ora vivo negli Stati Uniti, sono europea e la mia formazione è avvenuta in Italia, quindi i miei lavori riflettono questo mix. Ma ci sono delle differenze. Ad esempio in America le donne mantengono un look più classico, mentre in Europa si seguono maggiormente i trend. Per quanto riguarda invece gli abiti da sposa, in Europa si tende a stare entro certi limiti, mentre in America si pensa davvero che ci si sposa una volta nella vita, se è possibile – ride, ndr – e quindi bisogna avere un vestito ricco, con fiori, gioielli e l’utilizzo di materiali preziosi».


Nelle sue collezioni di vestiti da sera il colore appare un elemento fondamentale. Come si sceglie il colore di un vestito nel processo di creazione?
«Dipende dalla stagione per la quale si disegna il modello, dai trend che, nonostante io non voglia essere come tutti gli altri, vanno in parte seguiti, e poi anche dalla fonte d’ispirazione».

Lei ha presentato in Canada la sua collezione sposa, cosa mi può dire a riguardo?
«È la mia prima collezione sposa ed è stata presentata alla Bridal Week di New York così come in altri eventi, ed ha riscosso un enorme successo. Inoltre io tengo molto al fatto che ogni elemento del vestito è Made in Usa, e ritengo che l’utilizzo di materiali naturali sia importante per preservare il futuro dei nostri figli e di queste spose che iniziano una famiglia. La mia collezione è formata da vestiti molto diversi tra loro, che riflettono un po’ le diverse personalità».

Ha dichiarato che spesso chiede alle clienti di descrivere il vestito che vorrebbero come se fossero delle bambine che pensano al vestito dei propri sogni.
«È vero. Tutte le bambine giocano e sognano pensando di essere delle spose. Per questo, quando le clienti vengono da noi e vogliono che io disegni un vestito per loro, io mi siedo con loro e chiedo cosa sognavano quando erano delle bambine, ed ognuna mi risponde in modo diverso. Da lì parto per creare il vestito, pensando poi alla corporatura della donna, al trend, al materiale preferito, e sono tutti elementi che mi aiutano anche quando creo la mia collezione».

Com’era il vestito al quale lei pensava da bambina?
«Il mio vestito era tutto di pizzo, con una decorazione molto grande sulla testa, come se fossi una regina. Non l’ho disegnato io, un’altra persona l’ha creato per me, ma ho realizzato il mio sogno d’infanzia, quello di indossare il vestito per me perfetto».

Data pubblicazione: 2010-02-27
Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=96880

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Toronto: un giorno di “ordinaria” follia

26 giugno 2010: la Gta brucia ed assiste impotente a violenze inaudite


di Elena Serra

TORONTO – Era il 2001 quando immagini terribili di una Genova distrutta durante il G8 si sono stampate nella mia mente. Nitido è naturalmente il nome di Carlo Giuliani, anche se per mia natura trovo molto difficile designare vittima e carnefice, soprattutto in situazioni del genere. Ma un ragazzo è morto, e questo resta.

Quella linea sottile tra diritto e molestia, protesta e ribellione, manifestazione e violenza ha sempre caratterizzato queste grandi appuntamenti politici, che appaiono sempre di più raduni di lusso tra ex compagni di scuola – con odi ed antipatie annesse – che riunioni risolutive per un mondo sempre più allo sbando.

Parliamoci chiaro, più che promesse e buoni propositi – che spesso si sa già non potranno essere mantenute – questi meeting non producono nulla di concreto, e la gente ha il diritto di protestare.
È assurdo che la politica sia così lontana dalla gente, che presidenti e primi ministri siano più concentrati sulle delizie dello chief di turno che su ciò che succede nella strade  del proprio Paese. Abbiamo visto fin troppe strette di mano di circostanza, sorrisini maligni e battute di Berlusconi mentre mostra il bicipite ai colleghi per riuscire a continuare a ignorarle o giustificale. Questi capricci dei politici sono ormai indigesti a molti, troppi, sempre di più, ed è giusto che la gente possa esprimerlo.

Non vi sono giustificazioni per promesse non mantenute, per un documento con copertina in pelle, firmato con penna d’argento, ma finanziato solo al 9% in cinque anni.
È vero, molti non hanno soluzioni, io per prima, ma non sono un politico. Non ho scelto di guidare una Nazione, di rappresentare un popolo. Non è quello il mio lavoro. Ma sono un cittadino, e se provo disgusto per questa classe dirigente internazionale che si presenta nella mia città, la blinda e la occupa solo per una cena di lusso di cui noi dobbiamo pagare il conto, ho il diritto di scendere il piazza ed urlarlo.

Così hanno fatto ieri migliaia di persone nelle strade di Toronto, nonostante in molti abbiano deciso di passare il fine settimana lontano, spaventati – per non dire terrorizzati – dalle incredibili misure di sicurezza alle quali tutti – volente o nolente – hanno fatto da testimone. Mi riferisco allo sradicamento degli alberi, alla rimozione dei cestini della spazzatura, l’installazione di telecamere in ogni angolo, e la presenza di grate di protezione per la “zona rosa”, che però hanno intrappolato negozi, uffici, abitazioni, parcheggi. Per non parlare degli agenti antisommossa che, più di trasmettere un senso di sicurezza hanno trasmesso una terribile inquietudine.
Anche una semplice corsa lungo il lago si è trasformata in un’avventura surreale.

Comunque quello che si è visto per le strade della Gta non aveva niente a che vedere con il G20, né con le proteste, o i diritti. È stata semplicemente pura violenza.
Scene terribili di vandalismo alle quali una città intera ha assistito con il fiato sospeso, rifiutandosi di crede che stesse accadendo proprio lì. Molti hanno visto la vetrina del proprio posto di lavoro cadere sotto i colpi di bastone, il proprio bar o banca venire distrutto da calci e sassate, l’auto del vicino essere incendiata.

Strade intere sono ora solo cumoli di detriti e desolazione, e non è ancora finita.
Fa davvero effetto sapere che la città di Toronto ha speso un miliardo di dollari per assicurare la sicurezza, e poi scoprire che non si parlava della sicurezza della città, dei cittadini, dei manifestanti pacifici, ma bensì dei 20 Grandi che non sarebbero dovuti essere interrotti durante la cena. Così è stato dunque, missione compiuta? (500 arresti, 20.000 agenti…ed oggi si cintinua)

Peccato davvero, perché le migliaia di persona che hanno gridato la propria rabbia l’anno fatto in modo esemplare, vicini alla polizia ma con fiori, balli e musica. Sarebbe davvero potuta essere una bella lezione di civiltà per tutti. Invece, si è deciso di rimanere negli stereotipi di queste manifestazioni, prese in mano da poche decine di black bloc, capaci però di offuscare ciò che migliaia di manifestanti rappresentano, e mostrare al mondo solo una città che brucia, le cariche dalla polizia, i vandalismi ed i lacrimogeni, e ragazzi che diventano inermi quando gli vengono  messe le manette.

Appare poi tutto disordinato, un immenso collage di informazioni, foto, video, che non ti ricordi più cosa hai visto con i tuoi occhi, cosa ti hanno detto e cosa hai visto live alla tv. Perché comunque hai vissuto tutto sulla tua pelle, è la tua città, e te l’hanno distrutta. Poco importa chi è stato, ancora meno il perché. Non ci sono bravi e cattivi, purtroppo. La violenza ha reso tutto e tutti miserabili, e questa è l’ingiustizia maggiore.
Così, il mondo si spacca in due: i Grandi della terra che gustano pietanze con forchette d’argento mentre fuori vi è guerriglia, e la città che cade vittima della violenza grazie a persone che escono dai tombini e che ignorano del tutto la ragione per la quale bisogna marciare.

Onestamente non vi è troppa differenza tra i due.

Il mondo, quello vero, quello pacifico, la gente che lotta per i propri diritti, che chiede l’acqua per le generazioni future, che è stanca di vedere persone morire di fame… quella è un’altra cosa. Esiste, è molto più grande.
Ma si parla e si racconta solo di politici e black bloc.©

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G20 fashion statement: ready to dress up!

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With all the trouble that the city of Toronto is facing right now – earthquake, terrorism alert, G20, police everywhere, fake lake, the risk of serious damages, …and counting – the only thing that can keep us alive in the city is probably something very silly.
Good thing that fashion during the G20 is everything beside silly!

If you are stuck in the GTA, why not use the time to have some fun?
After all the G20 is a big event, and as reporter I know I will find myself able to enjoy it… in my own way.
Eyes and cameras from all over the world will be on the streets of Toronto, plus all the closed-circuit cameras that police have installed on nearly every corner of the core… time to dress up!!!

At first I was a little confused when I read that the newspaper was giving advices about what to wear during the G20 weekend. But actually they are genius!
Looks like the Toronto police have some suggestions: “Dress down, wear your protester-type clothes and leave your suits and pumps at home. The idea is to look, feel, smell just like a protester” (see the Toronto Star G20 survival guide).
What? Wait a minute, I don’t want to look like a protester! I don’t think it is smart to run the risk of being tear gassed, or being paint bombed, or find out how those sound cannons really work!
So I try with the RCMP, to find out what they say : “Don’t go. That’s how you should dress.”
A little generic, don’t you think?

This might be the last time a summit of this size ever comes to the city where I live, and I really want to be ready.
So I Google “G20 fashion” and I laugh seeing that how all the options that Google offers me are about Michelle Obama!!! I guess she knows better then me what you need to wear in these occasions!

I don’t give up, and I get to the conclusion that wearing something comfortable, comfortable shoes, light material is probably the best. Keep an eye on the weather to see if I will need a hat, sunscreen, and sunglasses. Reading more I understand that even earplugs and a gas mask can be a good idea, and of course a camera, reason why I’m doing all this!!!
I could actually leave my loved blackberry home, since the cellphone’s signal might be jammed by federal authorities at any point during the summit – for security reasons they say – but I can’t take the chance to be “on the news” and not to be able to share it with the rest of the world!!!!

Katie Daubs from Toronto Star on June 23 gives me some very good points: “If you’re the rabble-rousing, tear-gas-loving type who won’t be held back by mere warnings, synthetic fabrics are your best bet since tear gas sticks to natural fibers. Bandanas soaked in vinegar are a snazzy, yet functional accessory if you don’t have a gas mask handy when noxious fumes fly. A helmet is also a good idea if you anticipate being close to the fence, where projectiles are more likely to rain from the sky”.
I’ll pass on the helmet, but I decide to stick with the black, on top of all because I love it.
At the end of the day a fashion statement is worthy the risk of being paint bombed and teargassed. So I don’t care if black is the color of militant protesters who hang out near the fence, it is also slimming, and I find out that black clothing, bandanas and scarves could attract police attention, but lots of peaceful protestors wear them in solidarity, so people shouldn’t shy away from it.

Don’t forget the accessories, lip glos, nail polish… and you are ready to smile!!!!
Cheeeeeeese!!!!©

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A very special Tapas

Does it happen to you too to hear a word so many times to become familiar even if you don’t know the exact meaning?

«What does Tapas mean?» «What do you mean? Tapas is that Spanish thing… you know…Spanish».
Probably if I didn’t have the perfect dinner in that perfect restaurant, I was going to float forever in my tapas ignorance, and more important I could have lost all those delicious food.

Wikipedia says that “Tapas is the name of a wide variety of appetizers, or snacks, in Spanish cuisine. They may be cold (such as mixed olives and cheese) or warm (such as chopitos, which are battered, fried baby squid). In North America and the United Kingdom, as well as in select bars in Spain, tapas has evolved into an entire, and sometimes sophisticated, cuisine. In these countries, patrons of tapas restaurants can order many different tapas and combine them to make a full meal.
The serving of tapas is designed to encourage conversation because people are not so focused upon eating an entire meal that is set before them. Also, in some countries it is customary for diners to stand and move about while eating tapas”.


It sounds great, but it’s evan better in this very nice place on Kensington Market, called of course Torito Tapas.

The rustic environment with pretty plant hanging on the wall and big red umbrellas made the patio the perfect location for a nice dinner. Just point at something on the menu and be ready to eat. Small and cute dishes will be coming to your table in a fascinating mix of flavors and colors, with elegant presentations.

You will probably fall in the temptation to order lots of them, thinking the food won’t be enough, but as we say in Italy, try not to have you eye bigger then you stomach!!! Five or six Tapas are good for two people to share… and I’m not sure if you will have room for a dessert – I did!

 

The late ascension of beauty

Maybe it is just me, but when I saw in the fashion section of the Luminato festival an exhibit called The Ascension of beauty my expectations flied pretty high. I might be because I love fashion, fashion photography, fashion journalism, and everything about this world, or just because I didn’t do my homework and read what it was about.
I was still with in mind at  last year’s exquisite exhibit The art of visionary beauty by Raphael Mazzucco that simply blew me away – please read my article and see the pictures about it on my blog section Living Toronto.
That was such an inspirational moment, one of those days in your life when you don’t see anything coming, and then the beauty hits you right in the head. Sometimes happens with a child smiling at you in the streetcar, or with the sunset coming back home from work.
Mazzucco showed me that beauty is not a perfect picture, but if this picture has  what you clearly don’t expect -  dirt of sand and paint – can be simply breath taking.
Probably I didn’t have my mind open enough when I went to the Brookfield Place to see The Ascension of beauty by Canadian-born Mark Fast. My mistake is often to compare art, when art is really an unique thing.

Anyway I was pretty disappointed when I got there. A mannequin with a red dress – a pretty amazing red dress! – was on a white pedestal, while rope went from the body to the high ceiling of the gallery. In my disappointment I took some pictures with my phone, and only later during the day, when I saw those pictures again, I really enjoyed that ascension of beauty. I saw it, even if a little late.

Let me know what you think.©

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