Carmen, una poetessa a Toronto

La musica, il Sud e l’impegno: Consoli si racconta al Corriere

Di Elena Serra

TORONTO – La voce è quella inconfondibile di sempre, quella che forse aveva fatto storcere il naso a coloro che le avevano detto di lasciar perdere e cambiare mestiere. Ma Carmen Consoli – 9 album, prima artista italiana ad esibirsi allo Stadio Olimpico di Roma, vincitrice di numerosi premi e con tour in tutto il mondo – è sempre andata dritta per la sua strada, e dalla sua prima esibizione davanti alla scuola ha capito che avere successo significava fare quello per cui era nata.
Poetessa più che cantautrice, Carmen ha ereditato l’amore per la musica dal padre, alla cui scomparsa è stato dedicato il brano Mandaci una cartolina – nominato per il Premio Mogol 2010 – contenuto nel suo ultimo album Elettra uscito nell’ottobre scorso, a tre anni di distanza da Eva contro Eva.
Il Corriere Canadese ha raggiunto telefonicamente l’artista siciliana – che si esibirà al Small World Music Festival di Toronto (domenica al Mod Club Theatre, 8 pm) – nel suo “ritiro musicale” alle pendici dell’Etna in una «giornata bellissima, anche se in montagna quando abbiamo molto caldo andiamo a farci il bagno, visto che ormai è piana estate». Il ritratto che ne abbiamo ottenuto è quello di una donna mediterranea determinata, che scrive per raccontare, che ha voglia di famiglia.

Carmen, sei cresciuta a San Giovanni La Punta, vicino a Catania. Quanto è importante per te la tua terra, e quanto ha influito sulla tua formazione?
«Molto, perché si parla dell’educazione che ho ricevuto sia dai miei genitori che dal territorio stesso. La Sicilia è ricca, solare, la gente è molto generosa, signorile e creativa, quindi ha influito tantissimo. Io, come tutti i siciliani, ho sempre il sole in mente. Sono molto legata alle tradizioni, mi sento molto mediterranea, e la mia musica ne risente, sia nelle note che nel modo in cui è suonata, con ritmi tarantellati e terzine larghe tipiche del Sud, e dei movimenti ritardati dalla luce del sole».

Quindi non lasceresti mai l’Italia?

«No. Malgrado l’Italia sia diventato un posto dove puoi stare solo se hai soldi, io non la lascerei mai. Ma ancor di più non lascerei mai Catania, perché la mia città esercita una forte attrazione su di me e, come diceva Verga, “più l’ostrica si stacca dallo scoglio, e più perde le proprie forze” e i siciliani sono come l’ostrica».

C’è mai stato qualcuno che ti ha detto che non ce l’avresti fatta a raggiungere il successo?

«Sì, tutti. Quando fai un qualcosa che non è alla portata di tutti, forse bonariamente per non illuderti cercano di disilluderti, ma questo non è positivo e fa sì che tu non ti impegni al massimo».

Ti sei mai scoraggiata?

«Io non mi scoraggio mai, sono assolutamente ottimista ed ho un’idea del successo abbastanza mia. Per me il successo è un participio passato, perciò non è legato al fatto di vendere tante copie o avere tanta gente ai concerti. Il successo è fare quello che si vuole nella propria vita ed essere felici, ed io mi reputo di successo perché sono felice e faccio tutto con entusiasmo».

Chi ti ha fatto il complimento più bello?
«Probabilmente i bambini, perché i loro complimenti sono inaspettati e ti stupiscono sempre».

I tuoi testi sono sempre molto elaborati e ricchi di significato. Ti piace scrivere?
«Mi piace molto scrivere. Raccolgo storie, racconti, infatti le mie canzoni sono quasi sempre delle storie. Mi piace cantare dei personaggi».

Come avviene il processo di creazione di una canzone: parti dal testo o dalla musica?

«Parto dal testo perché devo avere qualcosa da dire, altrimenti non ho motivo di scrivere».

Cosa preferisci di più, la fase di creazione di un album, la fase di registrazione, o l’esibizione dal vivo?

«Mi piacciono tutti gli aspetti del mio lavoro. La fase di registrazione e realizzazione dell’album è più riflessiva. Io lavoro con lo stesso staff da vent’anni, quindi cresciamo insieme, e ogni disco è l’occasione per riunirsi. Per sei mesi si crea una specie di famiglia allargata, con tutti i musicisti e le loro famiglie che si raccolgono qui alle pendici dell’Etna, in questa casa del Settecento. Ci isoliamo e diamo sfogo alla nostra creatività. Dopo tutto questo andare ad esibirci in concerto è ancora più bello».

Dal 1996, anno di uscita del tuo primo album, la tua musica ha subito molte trasformazioni. Da Confusa e felice e Mediamente isterica, fino a L’eccezione ed il tuo tour L’anello mancante, ed ora con il nuovo Elettra. Questi tuoi cambiamenti sono dovuti a una tua crescita e ricerca artistica, a momenti tuoi personali, o semplicemente alla tua personalità?

«Io cerco sempre nuove forme di espressione. Mi piace suonare musica africana, rock, jazz, però poi dentro devo sempre esserci io. Un po’ come cambiarsi i vestiti o il taglio di capelli, noi cresciamo e a volta alcune cose di noi cambiano. Ma in tutti i miei dischi ci sono “momenti” acustici e “momenti” elettrici».

In una tua canzone dici che “ad ogni rinuncia corrisponde una contropartita”. Senti di aver dovuto rinunciare a qualcosa per il successo o sei l’eccezione alla regola?
«Non ho mai vissuto la mia vita come una scalata verso il successo, lo trovo molto lontano dal mio modo di vivere. Certo se le cose vanno bene e la mia musica piace, vuol dire anche che sto lontana da casa e dai miei cari, e a volte mi piacerebbe dedicare più tempo a mia madre e alla mia casa, però tutto verrà col tempo. Vorrà dire che questo è il momento di battere il chiodo, come si dice da noi, poi ci saranno momenti in cui… potrò fare la mamma… con calma».

Quindi ti piacerebbe avere dei figli?

«Molto, penso che piacerebbe a tutti».

Come descriveresti il tuo ultimo album Elettra?
«Ogni album è frutto di una mia urgenza creativa, e questo è stato la fotografia di un momento della mia vita, e rappresenta ciò che ho raccontato».

So che non era la prima volta, ma com’è stato duettare con Franco Battiato?

«Battiato è un artista che dà grandi emozioni, e duettare con lui è una bellissima e profonda esperienza».

Nel tuo Elettra, vi è la canzone Mio zio che parla di pedofilia. Quanto è importante per te come artista esprimerti ed agire in cause che ritieni importanti? Ricordiamo anche la tua partecipazione ad Amiche per l’Abruzzo.
«Se in qualche modo tu rappresenti un esempio per qualcuno, o comunque hai persone che ti seguono è giusto che ti pronunci su certi argomenti. Ho voluto dire di proteggere i più piccolini perché è molto importante che queste oscenità, che si consumano in strade, case e chiese, non rimangano nascoste, ma vengano denunciate a testa alta. Non bisogna avere paura, altrimenti le vittime saranno sempre i più indifesi».

Professionalmente ti appaga di più vincere un premio come quello di Amnesty Italia, o ricevere il disco di platino?

«Amnesty Italia, ovviamente, perché credo che i premi in ambito musicale debbano essere dati alla qualità. Tra l’altro l’Italia è l’unico Paese che non ha un premio per la musica di qualità. Io spero sempre di fare un prodotto di qualità, non me ne frega niente delle classifiche, sarà che vengo da una famiglia agiata e quando ho cominciato questo lavoro mi importava davvero poco delle vendite. La mia priorità era fare quello per cui ero nata».

C’è una canzone alla quale ti senti più legata?
«No».

E una canzone di un altro artista che vorresti aver scritto tu?
«La cura di Franco Battiato, canzone meravigliosa».

Il momento più bello della tua carriera?

«Forse la prima volta che mi sono esibita, nell’auditorio della mia scuola con 4.000 persone. Avevo 14 anni e non appena mi videro con la chitarra cominciarono a fischiare. Io diedi quattro colpi alla chitarra e li zittii, dopodiché vi furono applausi scroscianti e da lì capii che quello poteva essere il mio futuro».

E invece il momento più bello della tua vita?

«Il momento più bello della mia vita è nel quotidiano, perché sono in salute, giovane, ho tutta la vita davanti, tante idee e tanto entusiasmo. Questa è la cosa più preziosa che ho e mi rende felice».

Oltre la musica hai altre passioni? Cosa fai nel tempo libero?

«Mi piace molto il giardinaggio, produco dischi di altri artisti e mi piace anche lo sport».

Uno in particolare?
«Il tennis, ma gioco di rado».

Giocatore preferito?
«Federer, è molto elegante ed ha ancora quell’impostazione classica che avevano insegnato a me quando ero piccola, mentre questi giovani sono tutti contratti e non belli da vedere».

Tornando alla musica, tu ti sei esibita in Francia, Stati Uniti. Qual è la differenza principale tra il pubblico in Italia e quello all’estero?
«Ovviamente per il pubblico italiano non c’è bisogno di introdurre il tuo repertorio e per il pubblico basta ascoltare i testi. L’attenzione e l’approccio dopo il concerto sono uguali, ma all’estero ho l’accortezza di introdurre quasi ogni pezzo, raccontando di cosa sto parlando e ciò che volevo comunicare. Questo riesco a farlo in spagnolo, tedesco, inglese e francese. Prima di ogni concerto studio lo spettacolo con un coach, e mi esercito su quello che devo dire. Il tedesco è stato molto difficile, ma quando sei lì ti dà soddisfazione perché spesso il pubblico è abituato a grandi star che parlano solo inglese. Poi magari succede che arrivano nei camerini pensando che sappia parlare il tedesco quando invece sapevo solo quelle due frasi, e mi trovo un po’ in difficoltà. Invece in francese ho il gobbo, ma se vengono a dirmi delle cose le capisco».

Sarai per la seconda volta a Toronto il 20 giugno. Cosa ci dobbiamo aspettare dal tuo spettacolo?

«Arriverò con la mia chitarra e presenterò un repertorio misto. Ci sarà molto anche di improvvisato perché, stando insieme da vent’anni a volte basta solo che ci guardiamo ed iniziamo a suonare, e qualche brano della tradizione siciliana, perché ho fatto un recupero musicale che sto sperimentando all’estero».

Se dovessi spiegare ad un giovane canadese che non ti conosce, chi è Carmen Consoli, cosa diresti?

«Una ragazza del Sud, una donna ormai visto che ho 35 anni. Che ama molto tutto quello che fa e vuole portare una testimonianza della sua terra e della sua cultura».


Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=99779

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