Katerina Bocci, dalla scuola italiana alla passerella di NYC

Nata in Albania, vive negli Usa e sta presentando a Toronto la sua prima linea di abiti da sposa

Di Elena Serra

TORONTO – Potrebbe essere una modella, ma non mette in mostra se stessa, bensì le sue creazioni, calcando la passerella per ultima, pochi passi prima di tornare dietro le quinte. Con la voce entusiasta di una bambina, dice che sta vivendo il suo american dream. È Katerina Bocci, la stilista albanese che negli ultimi anni si è costruita la strada che l’ha velocemente portata al successo, quella stessa strada che è ora per lei un tappeto rosso calcato da celebrità a caccia delle sue creazioni, tra le quali Aretha Franklin, Ferie e Jordin Sparks.
Dalla sua formazione in Italia dove ha concluso gli studi nel 1999, all’arrivo negli Stati Uniti nel 2001 seguito dal debutto alla Fashion Week di New York nel 2007, il Corriere Canadese ha incontrato Katerina Bocci a Toronto, durante la presentazione a Studio Sposa della sua prima collezione “in bianco” – che si concluderà domani – e si è fatto raccontare i segreti del suo successo.

Il suo percorso nel mondo della moda è iniziato in Italia. Cosa si ricorda di quel periodo?
«È stato uno dei periodi più belli della mia vita. Ho vissuto a Bassano del Grappa ed ho studiato al Sitam di Padova. Anche se sono nata in Albania penso davvero che l’Italia faccia parte di me perché mi ha permesso di vivere il mio sogno».

Ritiene che per uno stilista sia più importante il talento o la formazione accademica?

«Avere talento è molto importante, ma deve essere affiancato da una corretta educazione e da tanta voglia di lavorare. Tutti possono andare a scuola, ma senza talento e voglia di fare non si può arrivare da nessuna parte».

Il suo debutto sulle passerella mondiali è avvenuto nel 2007 alla New York Fashion Week. Come ci è arrivata e cosa ha provato in quel momento?
«Arrivarci non è stato facile: ci volevano molti soldi, ed anche se avevo talento non era facile trovare qualcuno che mi sponsorizzasse. Ma ho sempre lavorato sodo, non ho aspettato l’aiuto di nessuno e ci sono arrivata con le mie forze. L’emozione è stata grandissima, sono stata la prima albanese a partecipare alla settimana della moda di New York, e mi sono sentita importante anche nel rappresentare il mio Paese. È stato indescrivibile, un mix di emozione, preoccupazione, felicità e nervosismo. Per la sfilata ho scelto le canzoni di Eros Ramazzotti come omaggio all’Italia, ed inoltre era presente l’ambasciatore dell’Albania. Ma soprattutto quella sfilata mi ha permesso di vendere tutta la collezione, e questo mi ha ripagato del duro lavoro».

Il mondo della moda è davvero come se lo immaginava quando era ragazza?
«Io vengo da un Paese che ha vissuto 50 anni di comunismo, ed era molto difficile entrare in contatto con questo mondo. Ma ora mi sento libera di esprimere tutto ciò che ho dentro, e questa è la differenza principale che sento rispetto a quando ero ragazza, perché allora avevo paura di sognare così tanto. In questo mondo sento davvero di vivere il mio american dream».

Qual è la differenza principale tra la moda femminile europea e quella americana?
«Per quanto mi riguarda, anche se ora vivo negli Stati Uniti, sono europea e la mia formazione è avvenuta in Italia, quindi i miei lavori riflettono questo mix. Ma ci sono delle differenze. Ad esempio in America le donne mantengono un look più classico, mentre in Europa si seguono maggiormente i trend. Per quanto riguarda invece gli abiti da sposa, in Europa si tende a stare entro certi limiti, mentre in America si pensa davvero che ci si sposa una volta nella vita, se è possibile – ride, ndr – e quindi bisogna avere un vestito ricco, con fiori, gioielli e l’utilizzo di materiali preziosi».


Nelle sue collezioni di vestiti da sera il colore appare un elemento fondamentale. Come si sceglie il colore di un vestito nel processo di creazione?
«Dipende dalla stagione per la quale si disegna il modello, dai trend che, nonostante io non voglia essere come tutti gli altri, vanno in parte seguiti, e poi anche dalla fonte d’ispirazione».

Lei ha presentato in Canada la sua collezione sposa, cosa mi può dire a riguardo?
«È la mia prima collezione sposa ed è stata presentata alla Bridal Week di New York così come in altri eventi, ed ha riscosso un enorme successo. Inoltre io tengo molto al fatto che ogni elemento del vestito è Made in Usa, e ritengo che l’utilizzo di materiali naturali sia importante per preservare il futuro dei nostri figli e di queste spose che iniziano una famiglia. La mia collezione è formata da vestiti molto diversi tra loro, che riflettono un po’ le diverse personalità».

Ha dichiarato che spesso chiede alle clienti di descrivere il vestito che vorrebbero come se fossero delle bambine che pensano al vestito dei propri sogni.
«È vero. Tutte le bambine giocano e sognano pensando di essere delle spose. Per questo, quando le clienti vengono da noi e vogliono che io disegni un vestito per loro, io mi siedo con loro e chiedo cosa sognavano quando erano delle bambine, ed ognuna mi risponde in modo diverso. Da lì parto per creare il vestito, pensando poi alla corporatura della donna, al trend, al materiale preferito, e sono tutti elementi che mi aiutano anche quando creo la mia collezione».

Com’era il vestito al quale lei pensava da bambina?
«Il mio vestito era tutto di pizzo, con una decorazione molto grande sulla testa, come se fossi una regina. Non l’ho disegnato io, un’altra persona l’ha creato per me, ma ho realizzato il mio sogno d’infanzia, quello di indossare il vestito per me perfetto».

Data pubblicazione: 2010-02-27
Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=96880

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