“Cosa lasciamo ai nostri figli?”

David Suzuki a Toronto per passare al mondo la sua “eredità”

Corriere Canadese

TORONTO – Vestito di nero, un ricamo rosso sulla camicia, e carisma da vendere. Si è presentato così al pubblico, mercoledì sera, David Suzuki, in quella che è stata l’unica tappa torontina del suo Legacy Tour, nel quale ha presentato il suo ultimo libro intitolato appunto The Legacy, l’eredità. La serata, parte della 37ª edizione dell’Author dell’Harbourfront Centre, è stata organizzata pochi giorni dopo la presentazione al Tiff del suo film documentario Force of Nature, da oggi nelle sale della Gta.
Pochi fogli tra le mani, il 74enne è salito sul palco del teatro, tutto esaurito per l’occasione – i biglietti erano introvabili da due settimane – e ha impartito una lezione di vita ripercorrendo quelle nozioni basilari di equilibrio con l’ambiente che gli esseri umani hanno ormai dimenticato.
«Sono alla fine della mia vita – ha esordito Suzuki – e mi trovo in quella che io definisco la death zone – la zona della morte, ndr – Questa però è anche la fase più importante, perché finalmente possiamo dire la verità».
Zoologo e genetista con più di 40 libri alle spalle, decenni d’insegnamento alla University of British Columbia e una carriera d’attivismo ecologico, Suzuki ha regalato al pubblico la propria esperienza e conoscenza, aprendo le menti verso un mondo, quello della natura, che una volta conoscevamo bene, e che oggi vediamo come un nemico. «Il 99% dei nostri geni sono esattamente uguali a tutti gli altri animali. Che lo vogliamo accettare o no, tutte le specie sono connesse, e noi essere umani, abbiamo bisogno di questi “familiari biologici”». Tuttavia, sostiene Suzuki, noi siamo gli unici a essere responsabili delle piaghe per le quali la Terra oggi soffre così tanto. «Nessun altro animale ha il senso del futuro che abbiamo noi, e questo ci ha permesso di progredire e impossessarci del Pianeta – ha continuato l’attivista cresciuto a London, in Ontario – Utilizziamo troppe risorse e ci siamo voluti sostituire a Dio nel voler controllare e modellare la natura. Dobbiamo però capire che non abbiamo le conoscenze necessarie, e che noi stessi siamo parte di quel mondo».
Il pubblico dall’Harbourfront era semplicemente stregato dalla mente brillante di quell’uomo che agitava le mani rugate dal tempo e parlava degli alberi, dei fiumi e degli insetti con una passione profonda che spesso noi non abbiamo più neanche per coloro che amiamo. «Il modo in cui vediamo la natura determina il modo in cui la trattiamo – ha continuato Suzuki – e la realtà e che noi oggi non la percepiamo come una parte integrante dalla nostra vita. Capita a molti ormai di passare giornate dalla propria abitazione, all’auto, all’ufficio, al tunnel sotterraneo che ci porta nel centro commerciale dove possiamo mangiare e abbiamo tutti ciò di cui abbiamo bisogno. Non abbiamo più neanche bisogno di uscire».
Tutto ormai, sostiene Suzuki, è governato dall’economia invece che dall’ecologia: non si protegge la natura perché l’economia è in crisi. «Ci siamo dimenticati che siamo stati noi a creare l’economia, e pertanto possiamo modificarla, modellarla o cancellarla. Di sicuro non abbiamo questo tipo di controllo sulla natura».
Per questo motivo l’attivista, che ora risiede a Vancouver, non ha nascosto la propria delusione nei confronti della politica: «La crisi economica che ci ha appena colpito ci ha concesso l’occasione di riflettere e poter cambiare la cose, ma non abbiamo colto questa opportunità. Come già fatto in passato, sia Bush che Obama hanno aumentato il denaro presente sul mercato, ma come speriamo di raggiungere risultati diversi se utilizziamo sempre la stessa procedura?». Anche il summit sull’ambiente di Copenaghen, che si è svolto la scorso anno, è stato oggetto di critiche da parte di Suzuki: «La natura non ha confini, né dogane. Il vento, l’inquinamento, gli uccelli non conoscono questa creazione umana. Le tempeste e le maree non si fermano certo per il controllo del passaporto. Per questo non riesco a capire come si possa discutere di ambiente preoccupandosi di prendere solo decisioni che riguardano i territori interni ai propri confini nazionali».
L’eredità di Suzuki è in realtà l’eredità di una generazione «che ha creato l’illusione che tutto vada bene e che tutto funzioni solo perché ci siamo presi la libertà di utilizzare anche le risorse che spettavano ai nostri figli, e ai nostri nipoti. Ma chi ci ha autorizzato? Non è certo possibile – dice – chiamare questo progresso».
Nel mondo odierno, dove il 20% della popolazione utilizza l’80% delle risorse, e punta poi il dito verso Cina, India ed Africa lamentandosi della sovrappopolazione, c’è piuttosto bisogno di assumersi le proprie responsabilità. «Dobbiamo reimmaginare il futuro – ha concluso Suzuki – e trovare quell’equilibrio con la natura che abbiamo perso ma che in realtà ci appartiene. Siamo capaci di fare molto meglio di ciò che abbiamo fatto finora. Le decisioni che prenderemo oggi non toccheranno noi, ma i nostri figli, e i figli dei nostri figli. Che tipo di eredità vogliamo lasciare loro?»


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4 responses to ““Cosa lasciamo ai nostri figli?””

  1. A. says :

    Che uomo!! Complimenti per l’articolo!!

  2. Dario says :

    Bell’articolo! Sagge parole da parte di Suzuki, grazie!

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