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Italian style at Dancing with the Stars

Dear readers,
my first surprise to you: a Style Column on Italian New York!

Here the first article, let me know what you think!
Much more to come…

“Dancing with the Stars” season 13 it’s only hours away, (premiere on Monday September 19) and what I want to share with you today it’s something a little different.

Let’s get to know a little better Elisabetta Canalis and her style, and all the reason why you should vote for her.

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ElenaSC

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Il Dalai Lama: «La pace non cadrà certo dal cielo»

 

The 14th Dalai Lama, a renowned Tibetan Buddhi...

Image via Wikipedia

Elena Serra


TORONTO – Anche se gli piace definirsi un semplice monaco buddista, il Dalai Lama è molto di più.
Lo dimostrano monaci tibetani in esilio in tutto il mondo, buddisti, politici e semplici cittadini. Lo hanno dimostrato coloro che gli hanno conferito il Premio Nobel per la Pace, e lo hanno dimostrato ieri le migliaia di persone accorse al Rogers Centre per ascoltare la sue parola ed avere l’onore di condividere la sua presenza.
Sul palco una poltrona bianca traforata in legno, un mazzo di fiori e un tavolino basso con un bicchiere d’acqua. Ma nessuno lo nota. Tutta l’attenzione è su di lui, Tenzin Gyatso, 75 anni, che arriva sul palco ridendo, e dopo pochi secondi fa comparire da sotto la tunica la sua consueta visiera rossa, e la indossa facendo sorridere tutti.
Poi cala il silenzio. Le sue parole sono potenti come preghiere antiche, ma si esprimono con la semplicità che un nonno userebbe per parlare ai propri nipotini.
È un uomo di spirito il Dalai Lama, che esordisce dicendo: «Scusate, ma come sapete sono vecchio, e questo vuol dire solo che ho più esperienza di voi».
Ma nonostante l’età il Dalai Lama dimostra di essere realista, aperto alle tecnologie e alla scienza, e consapevole del ruolo che esse giocano al giorno d’oggi. Non a caso il tema da lui scelto per quest’anno sono stati gli “Approcci umani alla pace nel mondo”. Il Dalai Lama guarda la platea e scorge molti giovani. Si rivolge a loro direttamente: «Le nuove generazioni nate in questo secolo – ha detto il Dalai Lama – hanno il potere di rendere il mondo un posto migliore e pacifico. Per fare ciò bisogna valutare meglio le conseguenze delle nostre azioni. È necessario affrontare le difficoltà in modo responsabile, tenendo sempre presente che il nostro obbiettivo è la pace». Se vi è un vincitore ed un vinto, spiega infatti il leader tibetano, vuol dire che quello che abbiamo intrapreso non è il cammino verso una soluzione, ma solo l’illusione di essa. Rispettare gli interessi degli altri è la sola via verso una pace veritiera e stabile, e questo è possibile solo attraverso l’ascolto.
Tenzin Gyatso parla dell’importanza di educare i bambini sin dai primi anni di vita, dell’importanza del legame con la madre, e ripete la parola pace e compassione numerose volte, ribadendo che dobbiamo essere realistici, e capire che la pace si costruisce con le azioni e non con le preghiere.
Mentre ricorda che una mente vuota rende il corpo un involucro fragile, si ferma dicendo «Un attimo, ho freddo» e si avvolge la tunica intorno al torso tra le risate del pubblico, prima di restate immobile per qualche secondo, e poi chiedere confuso «cosa stavo dicendo?».
Non trasudano elementi della sua sofferenza vissuta in più di 50 anni d’esilio, e neanche la responsabilità di 14 milioni di buddisti che credono che lui sia un Dio vivente, e dei 6 milioni di tibetani per i quali non è solo la guida religiosa e politica, ma anche l’unica vera speranza di poter liberare il proprio Paese dall’occupazione cinese.
Il Dalai Lama scherza sulla sua giovinezza, parla dei cambiamenti climatici, criticando coloro che pensano più agli interessi nazionali che a quelli globali.
Quando gli chiedono cosa pensa delle cariche pubbliche per le donne, lui risponde: «Scientificamente è stato dimostrato che le donne sono più sensibili – commenta il Dali Lama – Ricordo un volo aereo lungo in business class, nel quale avevo come vicini una coppia con due bambini. Il più piccolo piangeva sempre, ma il padre a mezzanotte si è addormentato. Ricordo che la madre, invece, si è presa cura del piccolo per tutta la notte. Questo la dice punga sulla differenza tra uomo e donna». Per questo, ha continuato il Dalai Lama, è il momento che capiamo che anche le donne devono avere cariche importanti nella società. Una donna Dalai Lama? «Visto che il mio lavoro è quello di promuovere i valori umani e l’armonia tra le religioni, se rinascessi donna sarei più efficiente». A coloro che avanzano un punto interrogativo sul suo successore, visti i rapporti con la Cina, lui risponde: «È Il popolo tibetano che deve decidere se vuole un altro Dalai Lama. Io so di non essere stato il migliore, ma neanche il peggiore».
Prima di salutare il pubblico di Toronto, invita tutti a «seguire i miei consigli, perché vi potranno essere molto utili» e poi dice: «Io parlo sempre di diritti umani, e per questo motivo penso di meritarmi il diritto di andare in pensione».
Oggi il Dalai Lama presenzierà alla cerimonia d’inaugurazione dei nuovi locali del Centro Culturale Tibetano Canadese, e incontrerà la comunità tibetana locale. Domenica sarà al Centro Culturale Tibetano Canadese ad ospitare alcune lezioni che il Dalai Lama impartirà a buddisti e non.

Data pubblicazione: 2010-10-23

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“Cosa lasciamo ai nostri figli?”

David Suzuki a Toronto per passare al mondo la sua “eredità”

Corriere Canadese

TORONTO – Vestito di nero, un ricamo rosso sulla camicia, e carisma da vendere. Si è presentato così al pubblico, mercoledì sera, David Suzuki, in quella che è stata l’unica tappa torontina del suo Legacy Tour, nel quale ha presentato il suo ultimo libro intitolato appunto The Legacy, l’eredità. La serata, parte della 37ª edizione dell’Author dell’Harbourfront Centre, è stata organizzata pochi giorni dopo la presentazione al Tiff del suo film documentario Force of Nature, da oggi nelle sale della Gta.
Pochi fogli tra le mani, il 74enne è salito sul palco del teatro, tutto esaurito per l’occasione – i biglietti erano introvabili da due settimane – e ha impartito una lezione di vita ripercorrendo quelle nozioni basilari di equilibrio con l’ambiente che gli esseri umani hanno ormai dimenticato.
«Sono alla fine della mia vita – ha esordito Suzuki – e mi trovo in quella che io definisco la death zone – la zona della morte, ndr – Questa però è anche la fase più importante, perché finalmente possiamo dire la verità».
Zoologo e genetista con più di 40 libri alle spalle, decenni d’insegnamento alla University of British Columbia e una carriera d’attivismo ecologico, Suzuki ha regalato al pubblico la propria esperienza e conoscenza, aprendo le menti verso un mondo, quello della natura, che una volta conoscevamo bene, e che oggi vediamo come un nemico. «Il 99% dei nostri geni sono esattamente uguali a tutti gli altri animali. Che lo vogliamo accettare o no, tutte le specie sono connesse, e noi essere umani, abbiamo bisogno di questi “familiari biologici”». Tuttavia, sostiene Suzuki, noi siamo gli unici a essere responsabili delle piaghe per le quali la Terra oggi soffre così tanto. «Nessun altro animale ha il senso del futuro che abbiamo noi, e questo ci ha permesso di progredire e impossessarci del Pianeta – ha continuato l’attivista cresciuto a London, in Ontario – Utilizziamo troppe risorse e ci siamo voluti sostituire a Dio nel voler controllare e modellare la natura. Dobbiamo però capire che non abbiamo le conoscenze necessarie, e che noi stessi siamo parte di quel mondo».
Il pubblico dall’Harbourfront era semplicemente stregato dalla mente brillante di quell’uomo che agitava le mani rugate dal tempo e parlava degli alberi, dei fiumi e degli insetti con una passione profonda che spesso noi non abbiamo più neanche per coloro che amiamo. «Il modo in cui vediamo la natura determina il modo in cui la trattiamo – ha continuato Suzuki – e la realtà e che noi oggi non la percepiamo come una parte integrante dalla nostra vita. Capita a molti ormai di passare giornate dalla propria abitazione, all’auto, all’ufficio, al tunnel sotterraneo che ci porta nel centro commerciale dove possiamo mangiare e abbiamo tutti ciò di cui abbiamo bisogno. Non abbiamo più neanche bisogno di uscire».
Tutto ormai, sostiene Suzuki, è governato dall’economia invece che dall’ecologia: non si protegge la natura perché l’economia è in crisi. «Ci siamo dimenticati che siamo stati noi a creare l’economia, e pertanto possiamo modificarla, modellarla o cancellarla. Di sicuro non abbiamo questo tipo di controllo sulla natura».
Per questo motivo l’attivista, che ora risiede a Vancouver, non ha nascosto la propria delusione nei confronti della politica: «La crisi economica che ci ha appena colpito ci ha concesso l’occasione di riflettere e poter cambiare la cose, ma non abbiamo colto questa opportunità. Come già fatto in passato, sia Bush che Obama hanno aumentato il denaro presente sul mercato, ma come speriamo di raggiungere risultati diversi se utilizziamo sempre la stessa procedura?». Anche il summit sull’ambiente di Copenaghen, che si è svolto la scorso anno, è stato oggetto di critiche da parte di Suzuki: «La natura non ha confini, né dogane. Il vento, l’inquinamento, gli uccelli non conoscono questa creazione umana. Le tempeste e le maree non si fermano certo per il controllo del passaporto. Per questo non riesco a capire come si possa discutere di ambiente preoccupandosi di prendere solo decisioni che riguardano i territori interni ai propri confini nazionali».
L’eredità di Suzuki è in realtà l’eredità di una generazione «che ha creato l’illusione che tutto vada bene e che tutto funzioni solo perché ci siamo presi la libertà di utilizzare anche le risorse che spettavano ai nostri figli, e ai nostri nipoti. Ma chi ci ha autorizzato? Non è certo possibile – dice – chiamare questo progresso».
Nel mondo odierno, dove il 20% della popolazione utilizza l’80% delle risorse, e punta poi il dito verso Cina, India ed Africa lamentandosi della sovrappopolazione, c’è piuttosto bisogno di assumersi le proprie responsabilità. «Dobbiamo reimmaginare il futuro – ha concluso Suzuki – e trovare quell’equilibrio con la natura che abbiamo perso ma che in realtà ci appartiene. Siamo capaci di fare molto meglio di ciò che abbiamo fatto finora. Le decisioni che prenderemo oggi non toccheranno noi, ma i nostri figli, e i figli dei nostri figli. Che tipo di eredità vogliamo lasciare loro?»


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Fabio Fognini, unica racchetta azzurra – Intervista

«Più brave le donne? Il tennis maschie e quello femminile sono due sport diversi»

di Elena Serra

TORONTO – È l’unico Azzurro in questa edizione 2010 della Rogers Cup di Toronto: Fabio Fognini, 23 anni di Sanremo, al momento numero 92 della classifica Atp. Professionista dal 2002, Fabio ha esordito al Rexall Centre sabato nel primo turno di qualificazione, liberandosi in poco più di un’ora di gioco del canadese ventitreenne Erik Chvojka – entrato nel torneo con una wildcard – con un secco 6-2 6-4. Domenica pomeriggio, dopo una lunga interruzione dovuta alla pioggia, si è infine guadagnato l’ingresso nel tabellone principale battendo l’americano Michael Yani, con il punteggio di 6-4 6-3.
Oggi, nell’incontro di primo turno, il giocatore ligure affronterà il ceco Radek Stepanek, numero 29 del mondo, nella speranza di restare nel torneo. Il Corriere Canadese lo ha incontrato e gli ha domandato i motivi della netta differenza di rendimento tra uomini e donne del tennis italiano.

Fabio, prima di tutto complimenti. In campo sei sembrato abbastanza tranquillo.

«No, tranquillo no. Ma ho giocato bene e non era facile. Queste sono state le mie prima due partite sul cemento dopo tanto tempo, e quindi sono contento. Ora ho la grande occasione di poter giocare il tabellone di un torneo così importante».

Eri già stato in Canada?
«Si, nel 2007 a Montréal. Anche lì ero partito dalle qualificazioni ed ho poi perso al terzo turno contro Roger Federer. Per ora il Canada mi ha portato bene, vediamo cosa succederà qui a Toronto».

Parliamo un po’ della situazione del tennis italiano. Due tenniste nella top 10, mentre sembra che gli uomini fatichino di più. Qual è il motivo secondo te?
«Il motivo è che il tennis femminile e quello maschile sono due sport diversi. Ovviamente si è contenti perché siamo tutti italiani e tifiamo per gli atleti del nostro Paese, in qualunque disciplina. Noi abbiamo le nostre difficoltà e probabilmente le donne hanno le loro, ma sicuramente è un tennis diverso, ed ognuno fa la sua strada».

Com’ è il clima negli spogliatoi azzurri?
«Andiamo tutti d’accordo, siamo buonissimi amici».
Ci sono problemi a livello di federazione che possono incidere su questa differenza di rendimento tra uomini e donne?
«No, nessun problema. Noi disputeremo a settembre la partita contro la Svezia (Coppa Davis, ndr) e le ragazze si giocheranno di nuovo la possibilità di vincere il campionato del mondo (Fed Cup, ndr)».

Dove ti alleni?
«A Barcellona».

Quindi fai parte anche tu di coloro che hanno deciso di lasciare l’Italia.

«Si, anche Sara Errani e Flavia Pennetta hanno scelto di andare all’estero. La mia è stata una decisione presa tre anni e mezzo fa con il mio preparatore atletico che è venuto con me. Per ora le cose stanno andando abbastanza bene quindi non vedo perché cambiare».

Quindi non torneresti in Italia?
«Ovviamente stare a casa è un piacere, però devo vedere ciò che è meglio per la mia carriera. Non so dove sarò tra un paio d’anni ma voglio lavorare giorno dopo giorno per costruire il mio futuro».

Buttati in una previsione: il primo italiano che vincerà un torneo dello Slam?
«Non saprei, (ride, ndr). Mi piacerebbe dire il mio nome, però c’è sicuramente ancora tanto da lavorare. Rimango umile, ma ovviamente non nascondo che lavoro ogni giorno per realizzare questo grande sogno. La strada è ancora lunga».

http://www.corriere.com/sport/?p=6652

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Ttc espropria coppia di ultra settantenni

Gli italo-canadesi hanno appreso da una lettera che avrebbero perso la casa di proprietà

Di Elena Serra

TORONTO – The better way, ovvero “il modo migliore”. Se vivessero secondo il loro stesso slogan, i vertici della Toronto Transit Commission eviterebbero non pochi problemi. L’azienda si è infatti trovata troppo spesso al centro delle critiche nei mesi scorsi, e dopo una campagna “d’emergenza” per cercare di recuperare la fiducia dei torontini, eccoci di nuovo al punto di partenza.

Questa vola però non si tratta della sregolatezza di alcuni impiegati, che schiacciano un pisolino sulla poltrona della biglietteria, o della maleducazione di un autista, che decide di fermare l’autobus per uno spuntino mentre decine di persone aspettano impazienti il suo ritorno. Ora, al centro della bufera vi sono espropri che la Ttc vuole compiere per la costruzione della seconda uscita della fermata della metropolitana di Greenwood, nell’ala Est della Bloor–Danforth line.

Per capire meglio di cosa si tratta, immaginate una coppia di sposini italiani – Grazia e Domenico Calia – arrivati in Canada dopo la guerra, qualche anno di sacrifici e poi, finalmente l’acquisto di una casa al 247 di Strathmore Boulevard. Erano ben 51 anni fa, e nell’area non c’era neanche la metropolitana, che arrivò circa 7 anni più tardi. Per più di mezzo secolo hanno vissuto lì, lei casalinga, lui impiegato alla Ttc, cinque figli, 8 nipoti. Una storia nella quale moltissimi possono immedesimarsi. Poi, lo scorso 17 giugno una lettera ha cambiato tutto. «Quando l’ho letta pensavo ci fosse un errore – ha raccontato al Corriere Canadese Bruna Amabile, figlia della coppia e residente al numero 243 di Strathmore Boulevard – non era possibile che espropriassero casa dei miei genitori».

Solo nei giorni successivi, in una riunione di più di 200 persone della comunità, le informazioni sono iniziate a trapelare: il Ttc Second Exit Plan è un progetto che prevede una seconda uscita per ragioni di sicurezza in 14 stazioni della metropolitana, al costo di $8mln di dollari a stazione. È un progetto datato 2002, del quale nessuno nell’area di Greenwood ha mai sentito parlare fino al mese scorso – anche le informazioni sul sito Internet della Ttc sono miracolosamente comparse pochi giorni fa – e prevede l’esproprio totale di due abitazioni di proprietà, più altre 10 che verranno espropriate in parte o coinvolte nei lavori.

Una delle case che verranno espropriate sarà proprio quella di Grazia e Domenico, oggi quasi ottantenni, che necessitano delle cure di un’infermiera durante il giorno, e dell’assistenza della figlia Bruna, fortunatamente a due porte di distanza. «Nessuno discute gli standard di sicurezza della Ttc – spiega Bruna Amabile – io stessa uso i mezzi pubblici e voglio essere sicura, ma discutiamo i modi e la non trasparenza con la quale la Ttc sta agendo. I residenti di Woodbine sono a conoscenza di espropri nella loro zona da parte della Ttc da più di un anno, noi non siamo stati contattati da nessuno per otto anni, sia personalmente, sia come comunità. Nessuno è venuto a spiegarci cosa stava succedendo e a consultarsi con noi».

La sensazione è che molte famiglie potrebbero trovarsi presto nella stessa situazione, in quanto il Ttc Second Exit Plan coinvolge bel 14 stazioni, ed è ancora nella fase iniziale. «Chiunque può svegliarsi donami e ricevere una lettera che dice che la Ttc ti porta via la casa di tua proprietà. I miei genitori hanno vissuto qui per 51 anni, hanno pagato le tasse. Non c’era neanche la Ttc quando si sono trasferiti qui. La gente non lo sa, ma queste cose possono accadere e tu perdi tutto in un attimo». La cifra che la coppia riceverebbe come “compenso” dell’esproprio, essendo basata su valori di mercato, non permetterebbe loro neanche l’acquisto di un’altra casa. «Se volessero acquistare dovrebbero accollarsi un mutuo a quasi ottant’anni – continua la figlia – senza contare il trauma di uno spostamento ed il fatto che non sarei più a due porte di distanza per assisterli».

Stasera al Danforth Collegiate and Technical School è previsto il secondo incontro pubblico con la Ttc: «Noi abbiamo già presentato loro possibili e valide alternative – spiega Bruna – Solo oggi, (giovedì, ndr) la Ttc ci ha fornito tutta la documentazione sul progetto. Sono centinaia di pagine che avremmo bisogno di studiare prima dell’incontro, ma non ce n’è stata data la possibilità. Abbiamo chiesto un rinvio della riunione, ma ci è stato risposto che non era possibile perché la data era stata fissata un anno fa. Peccato che l’intera comunità sia stata tenuta all’oscuro di tutto». Il dispiacere di Bruna, dei suoi genitori e dell’intera comunità per una situazione spiacevole, è sicuramente aggravato delle maniere, dalla non trasparenza e dalla fretta con la quale il chair della Ttc Adam Giambrone e la sua azienda stanno gestendo una situazione che avrà effetti profondi sulla vita dei residenti.

«Lo sa che mio marito ha lavorato alla Ttc per più di trentenni? – chiede improvvisamente Grazia spalancando le braccia – Mio figlio tuttora lavora lì, e loro vogliono portarci via la casa». «Hanno fretta perché vogliono concludere tutto prima di agosto ed ottenere i finanziamenti prima delle elezioni», spiega Bruna. Venerdì, durante l’annuncio del futuro arrivo del segnale per cellulari nelle stazioni della metropolitana, Adam Giambrone ha dichiarato che la Ttc «vuole essere parte della vita della comunità e fare di tutto per migliorarla», ma espropria una casa a due ultra settantenni solo perché è la soluzione più facile e meno costosa. La comunità non si arrende, e promette battaglia.
«Questa è l’unica casa che abbiano avuto qui in Canada – conclude Grazia con gli occhi lucidi – e ora non so dove andremo. Questa casa è tutta la mia vita».

Data pubblicazione: 2010-07-12
Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=100357

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