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Culurgiones Recipe – Ricetta dei Culurgiones (from Sardinia – Italy)

This recipe is very special for me because it’s my favourite dish and because this traditional recipe remained unchanged over the centuries.

(Leggi sotto la ricetta in italiano)

The culurgione is a filled hand made pasta, from Sardinia, Italy.

The typical product is guaranteed by the research of the ingredients, particularly flour, cheese, potatoes and mint, all strictly local.

My family Recipe

Dough ingredients:
250 gr. semolina
250 gr. white flour all purpose
3 tbs extra olive oil
1 ts salt
warm water as you need

Filling ingredients:
4 medium gold potato
50 gr. brine fresh sheep cheese
50 gr. pecorino cheese
fresh mint
4 tbs extra olive oil
1 clove chopped garlic

Mix together  semolina, flour, olive oil and salt, and slowly warm water until have a elastic and no sticky dough. Leave the pasta cover for 30 minutes.

Boil the potato in salt water, peel and mashed them. Add the cheese, fresh mint, garlic and the olive oil. Mix and add salt if needed. Leave the filling to rest for 60 minutes.

Roll the dough flat and cut disks 8 cm in diameter. Put the filling in the centre and fold it closing the dough edge pinching with the fingers.

Boil them in salt water until tender.

The best way to enjoy culurgiones is with a fresh tomato sauce with onion and basil, or a nice light ragù.

You can also freeze the uncooked culurgiones and cook them when you like put them in boil water without defrost them.

Enjoy!

Ricetta dei culurgiones sardi

Ingredienti per la pasta:
250 gr. di semola,
250 gr. di farina 00,
3 cucchiai di olio d’oliva,
1 cucchiaino di sale fino
acqua tiepida;

Ingredienti per il ripieno:
4 patate medie,
50 gr.di formaggio fresco di pecora in salamoia
50 gr. di pecorino grattugiato,
menta fresca,
4 cucchiai d’olio d’oliva,
1 spicchio d’aglio.

Per la pasta: unire la semola, la farina, l’olio, il sale e unire, poco alla volta, l’acqua sino a formare un impasto compatto ed elastico.Farlo riposare per 30 minuti.

Per il ripieno: schiacciare le patate e unire gli altri ingredienti; lasciar riposare il ripieno per circa 60 minuti.

Stendere la pasta e ricavarne dei dischi di 8 cm. di diametro.Sistemare una grossa noce di ripieno in ogni disco e chiudere la pasta pizzicandola lungo i bordi.

Cuocere in acqua salata per pochi minuti. Condire con sugo di polodoro e basilico o ragù.

I culurgiones crudi possono anche essere congelati.

Buon appetito!

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Culurgiones

Il Dalai Lama: «La pace non cadrà certo dal cielo»

 

The 14th Dalai Lama, a renowned Tibetan Buddhi...

Image via Wikipedia

Elena Serra


TORONTO – Anche se gli piace definirsi un semplice monaco buddista, il Dalai Lama è molto di più.
Lo dimostrano monaci tibetani in esilio in tutto il mondo, buddisti, politici e semplici cittadini. Lo hanno dimostrato coloro che gli hanno conferito il Premio Nobel per la Pace, e lo hanno dimostrato ieri le migliaia di persone accorse al Rogers Centre per ascoltare la sue parola ed avere l’onore di condividere la sua presenza.
Sul palco una poltrona bianca traforata in legno, un mazzo di fiori e un tavolino basso con un bicchiere d’acqua. Ma nessuno lo nota. Tutta l’attenzione è su di lui, Tenzin Gyatso, 75 anni, che arriva sul palco ridendo, e dopo pochi secondi fa comparire da sotto la tunica la sua consueta visiera rossa, e la indossa facendo sorridere tutti.
Poi cala il silenzio. Le sue parole sono potenti come preghiere antiche, ma si esprimono con la semplicità che un nonno userebbe per parlare ai propri nipotini.
È un uomo di spirito il Dalai Lama, che esordisce dicendo: «Scusate, ma come sapete sono vecchio, e questo vuol dire solo che ho più esperienza di voi».
Ma nonostante l’età il Dalai Lama dimostra di essere realista, aperto alle tecnologie e alla scienza, e consapevole del ruolo che esse giocano al giorno d’oggi. Non a caso il tema da lui scelto per quest’anno sono stati gli “Approcci umani alla pace nel mondo”. Il Dalai Lama guarda la platea e scorge molti giovani. Si rivolge a loro direttamente: «Le nuove generazioni nate in questo secolo – ha detto il Dalai Lama – hanno il potere di rendere il mondo un posto migliore e pacifico. Per fare ciò bisogna valutare meglio le conseguenze delle nostre azioni. È necessario affrontare le difficoltà in modo responsabile, tenendo sempre presente che il nostro obbiettivo è la pace». Se vi è un vincitore ed un vinto, spiega infatti il leader tibetano, vuol dire che quello che abbiamo intrapreso non è il cammino verso una soluzione, ma solo l’illusione di essa. Rispettare gli interessi degli altri è la sola via verso una pace veritiera e stabile, e questo è possibile solo attraverso l’ascolto.
Tenzin Gyatso parla dell’importanza di educare i bambini sin dai primi anni di vita, dell’importanza del legame con la madre, e ripete la parola pace e compassione numerose volte, ribadendo che dobbiamo essere realistici, e capire che la pace si costruisce con le azioni e non con le preghiere.
Mentre ricorda che una mente vuota rende il corpo un involucro fragile, si ferma dicendo «Un attimo, ho freddo» e si avvolge la tunica intorno al torso tra le risate del pubblico, prima di restate immobile per qualche secondo, e poi chiedere confuso «cosa stavo dicendo?».
Non trasudano elementi della sua sofferenza vissuta in più di 50 anni d’esilio, e neanche la responsabilità di 14 milioni di buddisti che credono che lui sia un Dio vivente, e dei 6 milioni di tibetani per i quali non è solo la guida religiosa e politica, ma anche l’unica vera speranza di poter liberare il proprio Paese dall’occupazione cinese.
Il Dalai Lama scherza sulla sua giovinezza, parla dei cambiamenti climatici, criticando coloro che pensano più agli interessi nazionali che a quelli globali.
Quando gli chiedono cosa pensa delle cariche pubbliche per le donne, lui risponde: «Scientificamente è stato dimostrato che le donne sono più sensibili – commenta il Dali Lama – Ricordo un volo aereo lungo in business class, nel quale avevo come vicini una coppia con due bambini. Il più piccolo piangeva sempre, ma il padre a mezzanotte si è addormentato. Ricordo che la madre, invece, si è presa cura del piccolo per tutta la notte. Questo la dice punga sulla differenza tra uomo e donna». Per questo, ha continuato il Dalai Lama, è il momento che capiamo che anche le donne devono avere cariche importanti nella società. Una donna Dalai Lama? «Visto che il mio lavoro è quello di promuovere i valori umani e l’armonia tra le religioni, se rinascessi donna sarei più efficiente». A coloro che avanzano un punto interrogativo sul suo successore, visti i rapporti con la Cina, lui risponde: «È Il popolo tibetano che deve decidere se vuole un altro Dalai Lama. Io so di non essere stato il migliore, ma neanche il peggiore».
Prima di salutare il pubblico di Toronto, invita tutti a «seguire i miei consigli, perché vi potranno essere molto utili» e poi dice: «Io parlo sempre di diritti umani, e per questo motivo penso di meritarmi il diritto di andare in pensione».
Oggi il Dalai Lama presenzierà alla cerimonia d’inaugurazione dei nuovi locali del Centro Culturale Tibetano Canadese, e incontrerà la comunità tibetana locale. Domenica sarà al Centro Culturale Tibetano Canadese ad ospitare alcune lezioni che il Dalai Lama impartirà a buddisti e non.

Data pubblicazione: 2010-10-23

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“Cosa lasciamo ai nostri figli?”

David Suzuki a Toronto per passare al mondo la sua “eredità”

Corriere Canadese

TORONTO – Vestito di nero, un ricamo rosso sulla camicia, e carisma da vendere. Si è presentato così al pubblico, mercoledì sera, David Suzuki, in quella che è stata l’unica tappa torontina del suo Legacy Tour, nel quale ha presentato il suo ultimo libro intitolato appunto The Legacy, l’eredità. La serata, parte della 37ª edizione dell’Author dell’Harbourfront Centre, è stata organizzata pochi giorni dopo la presentazione al Tiff del suo film documentario Force of Nature, da oggi nelle sale della Gta.
Pochi fogli tra le mani, il 74enne è salito sul palco del teatro, tutto esaurito per l’occasione – i biglietti erano introvabili da due settimane – e ha impartito una lezione di vita ripercorrendo quelle nozioni basilari di equilibrio con l’ambiente che gli esseri umani hanno ormai dimenticato.
«Sono alla fine della mia vita – ha esordito Suzuki – e mi trovo in quella che io definisco la death zone – la zona della morte, ndr – Questa però è anche la fase più importante, perché finalmente possiamo dire la verità».
Zoologo e genetista con più di 40 libri alle spalle, decenni d’insegnamento alla University of British Columbia e una carriera d’attivismo ecologico, Suzuki ha regalato al pubblico la propria esperienza e conoscenza, aprendo le menti verso un mondo, quello della natura, che una volta conoscevamo bene, e che oggi vediamo come un nemico. «Il 99% dei nostri geni sono esattamente uguali a tutti gli altri animali. Che lo vogliamo accettare o no, tutte le specie sono connesse, e noi essere umani, abbiamo bisogno di questi “familiari biologici”». Tuttavia, sostiene Suzuki, noi siamo gli unici a essere responsabili delle piaghe per le quali la Terra oggi soffre così tanto. «Nessun altro animale ha il senso del futuro che abbiamo noi, e questo ci ha permesso di progredire e impossessarci del Pianeta – ha continuato l’attivista cresciuto a London, in Ontario – Utilizziamo troppe risorse e ci siamo voluti sostituire a Dio nel voler controllare e modellare la natura. Dobbiamo però capire che non abbiamo le conoscenze necessarie, e che noi stessi siamo parte di quel mondo».
Il pubblico dall’Harbourfront era semplicemente stregato dalla mente brillante di quell’uomo che agitava le mani rugate dal tempo e parlava degli alberi, dei fiumi e degli insetti con una passione profonda che spesso noi non abbiamo più neanche per coloro che amiamo. «Il modo in cui vediamo la natura determina il modo in cui la trattiamo – ha continuato Suzuki – e la realtà e che noi oggi non la percepiamo come una parte integrante dalla nostra vita. Capita a molti ormai di passare giornate dalla propria abitazione, all’auto, all’ufficio, al tunnel sotterraneo che ci porta nel centro commerciale dove possiamo mangiare e abbiamo tutti ciò di cui abbiamo bisogno. Non abbiamo più neanche bisogno di uscire».
Tutto ormai, sostiene Suzuki, è governato dall’economia invece che dall’ecologia: non si protegge la natura perché l’economia è in crisi. «Ci siamo dimenticati che siamo stati noi a creare l’economia, e pertanto possiamo modificarla, modellarla o cancellarla. Di sicuro non abbiamo questo tipo di controllo sulla natura».
Per questo motivo l’attivista, che ora risiede a Vancouver, non ha nascosto la propria delusione nei confronti della politica: «La crisi economica che ci ha appena colpito ci ha concesso l’occasione di riflettere e poter cambiare la cose, ma non abbiamo colto questa opportunità. Come già fatto in passato, sia Bush che Obama hanno aumentato il denaro presente sul mercato, ma come speriamo di raggiungere risultati diversi se utilizziamo sempre la stessa procedura?». Anche il summit sull’ambiente di Copenaghen, che si è svolto la scorso anno, è stato oggetto di critiche da parte di Suzuki: «La natura non ha confini, né dogane. Il vento, l’inquinamento, gli uccelli non conoscono questa creazione umana. Le tempeste e le maree non si fermano certo per il controllo del passaporto. Per questo non riesco a capire come si possa discutere di ambiente preoccupandosi di prendere solo decisioni che riguardano i territori interni ai propri confini nazionali».
L’eredità di Suzuki è in realtà l’eredità di una generazione «che ha creato l’illusione che tutto vada bene e che tutto funzioni solo perché ci siamo presi la libertà di utilizzare anche le risorse che spettavano ai nostri figli, e ai nostri nipoti. Ma chi ci ha autorizzato? Non è certo possibile – dice – chiamare questo progresso».
Nel mondo odierno, dove il 20% della popolazione utilizza l’80% delle risorse, e punta poi il dito verso Cina, India ed Africa lamentandosi della sovrappopolazione, c’è piuttosto bisogno di assumersi le proprie responsabilità. «Dobbiamo reimmaginare il futuro – ha concluso Suzuki – e trovare quell’equilibrio con la natura che abbiamo perso ma che in realtà ci appartiene. Siamo capaci di fare molto meglio di ciò che abbiamo fatto finora. Le decisioni che prenderemo oggi non toccheranno noi, ma i nostri figli, e i figli dei nostri figli. Che tipo di eredità vogliamo lasciare loro?»


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Vogue in 3D: il futuro della moda

Abiti e modelle in tre dimensioni, il direttore: il futuro è osare

Dopo Vogue Messico, che si era lanciato nell’aprile scorso, nel primo servizio fotpgrafico 3D con Isabeli Fontana fotografata da Jacques Dequeker, ecco arrivare nelle edicole italiane il numero di settembre di Vogue Italia, che ospita una cover story con una Miranda Kerr in piena forma, diretta e fotografata da Steven Meisel, proprio in 3D.

Dopo il chiaccheratissimo numero di agosto, la rivista di moda italiana osa ancora, in quella che appare come una sfida a tutti coloro che continuano a dire che le riviste di moda hanno ormai le ora contate. Blog che parlano del mondo della moda, dello stile e dei vari treands, si moltiplicano a vista d’occhio, ed attirano sempre piu’ la curiosita’ dei lettori. In fenomeno e’ talmente forte che ancuni blogger fanno ormai parte della lista d’oro delle persone piu’ infuenti del mondo della moda, e ricevono regali dagli stilisti e un posto in prima fila alle sfilate! Incredibile eh!

Proprio di questo ha parlato pochi giorni fa la regina del settore, Anna Wintour, direttrice di Vogue America, in occasione del numero di settembre, ormai ben lontano dal recor stabilito nel 2007, quando il numero piu’ importante dell’anno della “bibbia della moda” era uscito nelle edicole con 900 pagine.

Anna pero’ non sembra preoccupata dell’avvento dei blog, o della crisi economica, dicendo invece che “ci spingono a fare sempre meglio, ad offrire un lato piu’ profondo della moda per il quale non abbiamo concorrenza”.

Intanto vi invito a leggere questo articolo di Daniela Monti comparso sul Corriere della Sera. Fatemi sapere che ne pensate.

«Perché la moda no?». Franca Sozzani, direttore di Vogue Italia, racconta che l’avventura è cominciata con questa domanda. Cinema, tv, videogiochi: tutti con un presente/futuro in 3D. «Perché la moda no?». È nato così il nuovo Vogue – in edicola da oggi – debutto su scala planetaria del tridimensionale applicato alla fotografia di moda. Gli occhialini sono incollati a pagina 400, fra un servizio di Steven Maisel, con protagonista la modella moglie di Orlando Bloom, e uno di Tim Walker, a tema fiori e profumi, entrambi ovviamente in 3D, come la copertina. In primavera, in piccolo, ci aveva provato Vogue Mexico, e le foto di Isabeli Fontana in bikini, con quell’effetto mosso/sfumato tipico del 3D visto senza occhialini, spuntano da vecchie pagine di Internet. Ora, rotto il ghiaccio, è sicuro che molti altri seguiranno l’esempio italiano.
Nelle foto in 3D il corpo di Miranda Kerr (cioè la signora Bloom) è plastico, reale – le scapole che spuntano decise dalla schiena, la rotondità dei glutei, le clavicole sporgenti che fanno da cornice a seni più pieni -, mentre degli abiti è esaltata la ricchezza dei volumi, le pieghe di una gonna, la manica ampia e plissettata di un abito. «Ci vuole un attimo per abituare lo sguardo, ma poi ti accorgi che la foto parla, mentre le altre restano mute», dice il direttore. La realizzazione di un servizio in 3D è più lunga e costosa (senza considerare gli occhialini, anche quelli un costo aggiuntivo per il giornale): di una stessa foto, occorre fare più scatti, in modo da poterli sovrapporre e creare l’effetto tridimensionale. Non tutte le foto si adattano alla trasformazione: il servizio va pensato già in 3D, in modo che le immagini abbiano all’origine diversi «piani» da enfatizzare.

«Tutti si esercitano in discussioni sulla crisi dei giornali: “C’è Internet, si vede tutto lì!”. Ma io sono convinta, invece, che la carta stampata abbia un grande futuro, ad una condizione: che sappia scoprire mondi nuovi, prendersi qualche rischio e osare», continua Sozzani. Nel 2008 Vogue qualche rischio se lo prese con il numero all black, con solo modelle di colore, ora l’esperimento delle foto in 3D, copertina compresa, «a volte cerchi di distinguerti dagli altri lanciando un’idea forte, come le modelle nere, altre applicando tecnologie non ancora esplorate».
Si andrà avanti su questa strada? «Intanto noi lo facciamo - risponde spavalda il direttore (si sente che è felice, il risultato finale le piace) – poi gli altri giornali di moda si comporteranno come vorranno. È comunque la dimostrazione che tutto si può evolvere». Il 15 settembre, per la mostra che verrà inaugurata a Palazzo Clerici, a Milano, «The scent of the future», organizzata con P&G Prestige, si farà un nuovo passo avanti, il senso stimolato non sarà solo la vista, ma anche l’olfatto: alla tridimensionalità delle immagini esposte verrà aggiunto un profumo particolare per ciascuna. Obiettivo: trascinare, con gli occhi e con il naso, chi guarda dentro il mondo raccontato dalla foto.

Fabio Fognini, unica racchetta azzurra – Intervista

«Più brave le donne? Il tennis maschie e quello femminile sono due sport diversi»

di Elena Serra

TORONTO – È l’unico Azzurro in questa edizione 2010 della Rogers Cup di Toronto: Fabio Fognini, 23 anni di Sanremo, al momento numero 92 della classifica Atp. Professionista dal 2002, Fabio ha esordito al Rexall Centre sabato nel primo turno di qualificazione, liberandosi in poco più di un’ora di gioco del canadese ventitreenne Erik Chvojka – entrato nel torneo con una wildcard – con un secco 6-2 6-4. Domenica pomeriggio, dopo una lunga interruzione dovuta alla pioggia, si è infine guadagnato l’ingresso nel tabellone principale battendo l’americano Michael Yani, con il punteggio di 6-4 6-3.
Oggi, nell’incontro di primo turno, il giocatore ligure affronterà il ceco Radek Stepanek, numero 29 del mondo, nella speranza di restare nel torneo. Il Corriere Canadese lo ha incontrato e gli ha domandato i motivi della netta differenza di rendimento tra uomini e donne del tennis italiano.

Fabio, prima di tutto complimenti. In campo sei sembrato abbastanza tranquillo.

«No, tranquillo no. Ma ho giocato bene e non era facile. Queste sono state le mie prima due partite sul cemento dopo tanto tempo, e quindi sono contento. Ora ho la grande occasione di poter giocare il tabellone di un torneo così importante».

Eri già stato in Canada?
«Si, nel 2007 a Montréal. Anche lì ero partito dalle qualificazioni ed ho poi perso al terzo turno contro Roger Federer. Per ora il Canada mi ha portato bene, vediamo cosa succederà qui a Toronto».

Parliamo un po’ della situazione del tennis italiano. Due tenniste nella top 10, mentre sembra che gli uomini fatichino di più. Qual è il motivo secondo te?
«Il motivo è che il tennis femminile e quello maschile sono due sport diversi. Ovviamente si è contenti perché siamo tutti italiani e tifiamo per gli atleti del nostro Paese, in qualunque disciplina. Noi abbiamo le nostre difficoltà e probabilmente le donne hanno le loro, ma sicuramente è un tennis diverso, ed ognuno fa la sua strada».

Com’ è il clima negli spogliatoi azzurri?
«Andiamo tutti d’accordo, siamo buonissimi amici».
Ci sono problemi a livello di federazione che possono incidere su questa differenza di rendimento tra uomini e donne?
«No, nessun problema. Noi disputeremo a settembre la partita contro la Svezia (Coppa Davis, ndr) e le ragazze si giocheranno di nuovo la possibilità di vincere il campionato del mondo (Fed Cup, ndr)».

Dove ti alleni?
«A Barcellona».

Quindi fai parte anche tu di coloro che hanno deciso di lasciare l’Italia.

«Si, anche Sara Errani e Flavia Pennetta hanno scelto di andare all’estero. La mia è stata una decisione presa tre anni e mezzo fa con il mio preparatore atletico che è venuto con me. Per ora le cose stanno andando abbastanza bene quindi non vedo perché cambiare».

Quindi non torneresti in Italia?
«Ovviamente stare a casa è un piacere, però devo vedere ciò che è meglio per la mia carriera. Non so dove sarò tra un paio d’anni ma voglio lavorare giorno dopo giorno per costruire il mio futuro».

Buttati in una previsione: il primo italiano che vincerà un torneo dello Slam?
«Non saprei, (ride, ndr). Mi piacerebbe dire il mio nome, però c’è sicuramente ancora tanto da lavorare. Rimango umile, ma ovviamente non nascondo che lavoro ogni giorno per realizzare questo grande sogno. La strada è ancora lunga».

http://www.corriere.com/sport/?p=6652

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